Tema grosso, quello di oggi. La cancel culture. Qui in Italia ancora ne ridiamo – per fortuna! Ma negli USA l’epidemia ingrossa, dilaga, e produce serie vittime, già da parecchi anni…di che si tratta?… è complicato, per dirlo in due parole…leggete sotto, e insieme cerchiamo di capire… e, come sempre, DI REAGIRE! Buona lettura…
Mamma, mi racconti una favola?’
Sia che abbiamo figli, sia che lo siamo stati, la tenera richiesta attraversa le infanzie. Ma nell’era post-mamma? Quando tutti ci danno del ‘lei’ e diventiamo dei derelitti ‘Grandi’? Non avremmo diritto a un piccolo comfort fiabesco prima di addentrarci nelle insidiose oscurità notturne?
Netflix, Prime, possono supplire. Così l’altra notte ho caricato ‘Via col vento’. Non ha importanza quanto vale e quanto non. Se è tesoro o paccottiglia. Se pappetta sciropposa per femmine o Insigne Blockbuster, che svanirà solo dopo l’annientamento dell’ultima donna (impresa cui attualmente si applicano con fervido impegno svariati maschi in tutto il globo).
Per me – e tante altre – questo film è Fiaba. Vicenda risaputa, letta vista e rivista così tante volte da non esser più solo un film (e 10 Oscar), un romanzo (e il suo Pulitzer), ma, più familiarmente, una vicemadre. Una nutrice. Ne basta un quarto d’ora per farci imboccare la via del sonno dalla porta amica.
E invece NO! Eccola, la fetida trappola. L’ennesimo colpo basso dell’indemoniata cancel culture. Non la bianca insegna della Selznick International Picture, non un azzurro cielo con nuvole serene, e stampato sopra che il signor Selznick insieme alla MGM ha l’onore di presentare ‘il racconto del vecchio sud di Margaret Mitchell “GONE WITH THE WIND”, e via col super cast sullo sfondo della rossa terra della Georgia…niente di tutto questo, voi illuse/illusi del mi-racconti-una-favola!
Vi appare un’infera clip NERA, dove vi spiegano che ‘Gone with the wind’ – alias Via col vento – è ‘un prodotto del suo tempo’ (ma cosa siete, lobotomizzati? da soli non lo capivate?). Indi vi avvertono che assisterete alla messa in scena di terrificanti ‘pregiudizi etnici e razziali purtroppo molto diffusi un tempo in America’. Stranoto e stravero che fossero molto diffusi, menzogna invereconda che nelle sue monumentali quattro ore il film spenda anche una sola parola contro gli schiavi di colore.
Focus del romanzo, e perciò del film, non è la schiavitù. Il suo cuore batte altrove (con buona pace dell’invasiva, intimidatoria e potentissima NAACP, vale a dire National Association for the Advancement of Colored People). Costellano entrambi, libro e film, l’esperienza disgregante, terrifica, grandiosa del crollo d’un’intera civiltà, quella dei grandi stati secessionisti americani. Sotto i colpi di maglio d’una guerra civile tra le più sanguinose, una guerra senza quartiere, con crudeltà inenarrabili da ambo le parti, e un funesto bilancio conclusivo: più di 1.000.000 di morti. La singolarità dell’histoire, e forse anche la ragione di un appeal così longevo, sta nel fatto che il soggetto impattato dall’evento, la cavia sul cui provato corpo e intrepido spirito studiamo la metamorfosi, è ‘soltanto’ una donna. Giovanissima. Rossella O’Hara. Una sedicenne georgiana di ottima famiglia, seducente, viziata, testarda e inesperiente. Nel 1861. Con piantagione di cotone e tanti schiavi, immediatamente perduti a inizio storia, per via della guerra. Ma questo all’isterica e fumigante orda dei Cancellatori interessa poco o nulla.
La nera didascalia prosegue con altre baggianate, rivolte ad audience sempre più cerebrolesa, e fornisce l’informazione tendenziosa che il film verrà presentato così come fu originalmente creato. Tradotto: copia non restaurata e formato desueto, così da avvelenarvi il boccone. A questo punto ho spento. E ho acceso il PC. Lì ho ampiamente vendemmiato circa le gesta di quest’orda, becera, certo, ma agguerritissima, come gli Orchi nel Signore degli anelli, e da prendersi quindi tutt’altro che alla leggera.
‘Via col Vento’ e il suo boicottaggio – HBO Max nel 2020 l’ha espulso dalla sua piattaforma per ‘razzismo’ – sono in folta e sceltissima compagnia.
Omero – e in particolare l’Odissea – colpiti e affondati! Vale a dire rimossi dai programmi di studio di una scuola superiore del Massachusets in quanto capostipiti della ‘mascolinità tossica’. Ha firmato il decreto d’espulsione l’impareggiabile insegnante Heather Levine, dichiarandosene al contempo ‘molto orgogliosa’.
Ma anche l’Italia ci ha messo del suo. Timorosa di farsi dare la polvere dagli illuminati confratelli – e consorelle – made in USA. E così nel marzo del ’22 – ricordate? – l’Università di Milano-Bicocca intima allo scrittore e professor Paolo Nori di sospendere il percorso su Dostoevskiy. Guerra russo-ucraina da poco iniziata, Putin Male Assoluto, e con lui nella lista dei Cattivi non solo tutti i russi viventi ma anche quelli morti, da 150 anni magari, e chi se ne frega se Autori Sublimi, tra i più profondi e potenti d’ogni tempo e contrada. Alla gogna, Dostoevskij, cancellato! Così come ci si stava simpaticamente preparando a fare col cocktail ‘white russian’. Per via di quel ‘russian’, che proprio non si riusciva a inghiottire.
Pagliacciate? Sviste grottesche d’un sistema di pulizia etica magari sacro e giusto, alla base? Niente di tutto questo.
Ci troviamo di fronte non alla cultura della cancellazione, ma alla cancellazione della cultura. Alla decapitazione della Storia. Colpevole di complicare la vita. E insieme di illuminarla. Dove si fa luce c’è poco spazio per i rovinosi monoblocchi urlati del sì e del no. Resta solo la silenziosa, consapevole resa alla complessità
‘A morte la complessità!’, grida invece l’Orda Assassina. Negli USA si assiste sbigottiti a carriere universitarie spezzate per grotteschi motivi, al boicottaggio di Jean Paul Sartre, alla rimozione della statua del leggendario Generale Lee (stimatissimo anche dai nordisti, suoi nemici) e alla sua impropria collocazione nel ‘Museo di storia dei neri’…
Ci si appropria della storia degli altri perché incapaci di scriverne una propria? È legittimo supporlo.
Come reagire? Che armi usare contro questo nuovo, virale maccartismo, ancor più tossico e spaventoso del primo, forse, perché mira ad amputare non solo un diverso sistema economico, ma addirittura Coscienza e Memoria, le due grandi ali dell’uomo, amputate le quali non gli rimane che odiare e strisciare?
Partiamo da casa nostra. Dall’Italia. Non so se si sia trattato proprio di un remoto prodromo della cancel culture, tutto nostrano, ma certo è che gli somiglia. Nel paese della sinistra dormiente, che fece gridare all’esterrefatto Moretti la felice frase ‘D’Alema, dì una cosa… dì una cosa di sinistra!… reagisci!, 35 anni prima era stata detta, e proprio dal cinema, una grande cosa di sinistra. Che fu, dall’Italia, sistematicamente ignorata. Boicottata. Rimossa.
Si tratta d’un film di Monicelli. ‘I compagni’. Magnifico. In Rai non lo ridavano mai. Bianco e nero, splendida fotografia di Rotunno, sceneggiatura esemplare, scritta dal regista con Age e Scarpelli. Fruttò agli Oscar una nomination per la migliore sceneggiatura originale. Prodotta da un grande del cinema italiano, Franco Cristaldi. Ma questi sono dati ‘freddi’. Mentre il film è caldo. Ispirato, commosso, mai patetico. I suoi protagonisti, invece, hanno sempre freddo. Sono tutti operai d’un’industria tessile nella Torino di fine Ottocento. Il carbone per scaldarsi scarseggia, l’acqua nel catino per lavarsi almeno il collo e le orecchie fa i ghiaccioli. Ci si alza all’alba, si rientra a casa col buio. Ore di lavoro: 14. Gli incidenti invalidanti – per stanchezza, soprattutto pomeridiana – frequentissimi.
La pausa pranzo dura un soffio. Pautasso – Folco Lulli – operaio grosso e scorbutico, ma di gran cuore, non ce la fa mai a finire il pagnottone Polifemesco che si porta da casa. I personaggi – e sono tanti – hanno un tratteggio nitido e complesso che li fa di carne e sangue, e mai di maniera. Oltre a quelli in carne e ossa, c’è un Personaggio invisibile, il cui soffio costante e pudico anima tutto il film: la Solidarietà. Suggeriti/incoraggiati dal professor Sinigaglia – un grande Mastroianni – agitatore dalle calze bucate, più affamato di loro, giusto, mite, fanatico, tutto acceso di formidabile fede nella Grande Rivoluzione Proletaria (com’era legittimo allora, ancor prima della Rivoluzione Russa), affrontano il tragico disagio d’un serio sciopero. Obiettivo? Non più 14 ore, ma 13…Lo perderanno. Ma almeno si sono messi in cammino.
Si dirà ‘Ok, ma quello era un altro mondo, una vera classe operaia…oggi è difficile per la sinistra individuare la sua base, i suoi referenti’. E i migranti? I giovanissimi, e anche meno giovani, accatastati nei diecimila quartieri modello Caivano? Spiritualmente agonizzanti, preda perfetta per crimini e spaccio? E gli sfruttati di Prato? 13/14 ore di lavoro, 7 giorni su 7, pagati un po’ sì un po’ no, locali senza le minime condizioni di sicurezza e igiene? No, Sinistra, che quella ‘cosa’ continui a non dirla. Non è la materia prima, che ti manca. Ti difettano i professor Sinigaglia. Rivediti ‘I compagni’, su Rai Play. Magari ti viene un’idea. A meno che non fossi stata proprio tu a cancellarlo, quel film troppo di sinistra, dalla lista dei Preferiti.




Analisi breve e concisa. Grazie.
Che dire! Questa ipocrisia che permea la società moderna, con mille tentacolari interessi!
Sì. Vero. Una specie di nuovo maccartismo. Ma questa volta supera i confini USA. La vittima è il buon senso, e non ha colore, né rosso né nero.