Famosi, straricchi e idolatrati. Può bastare? No, ai calciatori non basta, hanno anche bisogno, evidentemente, di farsi attraversare da una scarica di adrenalina nell’attimo solenne di una scommessa. Per quale recondita e stramaledetta ragione degli atleti all’apice della carriera, osannati dal popolo delle curve e titolari di conti correnti a sei cifre si affidano alla roulette russa del gioco d’azzardo pur sapendo di rischiare vita, carriera e reputazione? Noia, paranoia, incoscienza allo stato puro, senso di impunità o più drammaticamente una profonda condizione patologica. Qualche giorno fa è finito nella rete degli investigatori Nicolò Fagioli, giovane giocatore della Juventus; poi Zaniolo e Tonali, calciatori in orbita della Nazionale e stelle in Premier League. Quindi Zaleski della Roma. Ma siamo solo all’inizio della storia, il fenomeno delle scommesse nel calcio resta diffuso e radicato, a quanto pare, dai tempi in cui le volanti della polizia entrarono a sirene spiegate negli stadi italiani nel pomeriggio del 23 marzo del 1980, alla fine delle partite per fare una retata di presidenti e di calciatori. Fu il primo serio scandalo della storia pallonara. Da qui a qualche settimana ci penserà l’ineffabile Fabrizio Corona, uscito in splendida forma dai suoi guai giudiziari, a cadenzare lo stillicidio quotidiano del sospettato di turno pubblicando nuovi nomi sul proprio blog su Instagram, condizionando persino l’azione dei pm.
Dunque, perché? E’ interessante l’analisi del condirettore del Corriere dello Sport Alessandro Barbano: «E’ la ludopatia. Ma non è la stessa dei disperati che infilano a raffica monete nelle macchinette nella speranza di sbancarle. La speranza dei calciatori è altrove, in campo. Nelle scommesse c’è un’altra cosa che li attira come una calamita infernale: si chiama “cupio dissolvi”, con un idioma latino che indica il desiderio di dissoluzione. Per Freud è l’istinto di morire. Per i ricchi ragazzi del pallone è gettare giù dalle spalle la gloria che non sentono di meritare».
Lo psichiatra Santo Rullo, fondatore Crazy for football, la nazionale di calcio a cinque per persone con disturbi mentali è sulle stesse posizioni di Barbano: « E’ un disturbo patologico da gioco d’azzardo in cui a farla da padrone non è il tentativo di vincere, ma tutto il contrario, ossia quello di perdere per poter continuare a scommettere. E’ una dipendenza vera e propria – aggiunge- e come tutte le dipendenze ha a che fare con il delicato equilibrio emotivo di giovani vulnerabili. Sono sconcertato dal fatto che nessuno nelle squadre si sia mai reso conto di questa dipendenza che oltretutto si manifesta con chiari sintomi e segnali. Lo dico da tempo e quanto sta avvenendo conferma la correttezza della mia posizione: i professionisti dello sport devono essere supportati costantemente da psicologi e psichiatri, per migliorare le prestazioni in campo, ma soprattutto per dotarli degli strumenti per far fronte a tutte quelle difficoltà che le pressioni e le aspettative producono nelle menti di questi giovani come la depressione o, appunto, la ludopatia. La salute mentale è oggi una vera e propria emergenza nel mondo dello sport professionistico, per questo mi auguro che un evento così dannoso per il sistema calcio smuova le Federazioni affinché si impegnino attivamente per proporre a tutti i club e società sportive un piano per contrastare fenomeni di questo tipo nell’interesse dell’attività professionistica ma soprattutto degli sportivi».
Il caso di Nicolò Fagioli, sorpreso dalla Procura di Torino a scommettere su siti non autorizzati, è solo la canonica punta dell’iceberg. Il mercato illegale del gioco online vale, secondo le stime dell’industria italiana regolata, almeno 18,5 miliardi di euro all’anno, malgrado le azioni e i controlli del ministero e i blitz delle procure di mezza Italia. Si tratta un fenomeno invisibile, difficile da individuare e totalmente sconosciuto al fisco. La battaglia si combatte con tutti i mezzi. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm) è impegnata a inibire l’accesso, dal suolo italiano, a circa 10mila siti di gioco, oltre 400 in più dello scorso anno. Analizzando i motivi per cui si sceglie una piattaforma illegale per scommettere, gli esperti del settore spiegano ad Agipronews che il mercato nero è soltanto anonimo con la possibilità di incassare in contanti le vincite attraverso i promotori sparsi sul territorio. I luoghi in cui si raccoglie questa valanga di denaro sono stati per anni veri e propri “porti franchi” per i giocatori, con transazioni in contanti in barba di tutte le normative nazionali e internazionali, vecchie e nuove, sul riciclaggio. Le cose stanno però cambiando. Inseguiti dagli investigatori, tracciati dalle banche e controllati dall’Agenzia delle Dogane, i “signori delle scommesse illegali si stanno sempre più affidando alla tecnologia: basta con i locali troppo vistosi, basta con il sottobanco nei luoghi autorizzati e con i computer nascosti nei bar, ora è il momento degli smartphone e degli iPad, gestiti in prima persona da personaggi legati al crimine. La puntata attraverso Whastapp, Telegram o altri sistemi ancora più sicuri, è la procedura preferita per chi organizza le puntate e per chi le raccoglie. Sempre rigorosamente in contanti, si intende, in cambio di una cospicua commissione sull’incasso. E’ un fenomeno di cui si ha una chiara percezione sociale: secondo una ricerca di Noto Sondaggi su un campione di 1000 individui, il 17% degli intervistati ha indicato di conoscere almeno una persona che gioca o ha giocato su siti online non autorizzati.
Tornando a Zaniolo e soci, ciò che ha destato una certa impressione, al di là dei fatti, è il processo mediatico-giudiziario che si è scatenato dopo il blitz della polizia a Coverciano, mentre negli stessi momenti Corona bis, “il ritorno”, faceva i nomi di Zaniolo e Tonali. Ma questa è un’altra storia…



