Libri. Contro gli orrori grammaticali ecco l'”Errorario”

sabato, 16 Dicembre 2023
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lingua italiana

Massimo Roscia è uno scrittore strappato, probabilmente, alle cattedre scolastiche. Con malcelato sollievo, conoscendolo. D’altronde con le giornate che gli durano in media ventisei o ventisette ore non avrebbe potuto insegnare a tempo pieno. Le terze di copertina dei suoi libri, infatti, ne esaltano la versatilità sovrumana descrivendolo anche come reporter di viaggio, critico enogastronomico, saggista, storico collaboratore del “Gambero Rosso”, già condirettore del periodico “Il Turismo culturale”; conduttore, docente di comunicazione, tecniche di scrittura, editing e di marketing territoriale. Ma forse manca ancora qualcosa.

Chi è dunque tale proteiforme protagonista del panorama editoriale italiano? Linguista-non linguista, spaventosamente colto, divulgatore brillantissimo e ironico, con doti di attore consumato, Roscia deve la sua enorme preparazione sia alla passione di lettore “bulimico e onnivoro” sia per lo studio dell’etimologia della lingua italiana che gli ha permesso di sottrarre all’oblio parole e locuzioni in greco e latino. Così un giorno dal suo animo proruppe l’esigenza, urgente, di diffondere il “verbo” alle migliaia di anime vaganti nella selva oscura dell’analfabetismo di ritorno. Ma poiché si riconosce anche una buona dose di modestia decise di cominciare molto più prudentemente dalla divulgazione dei verbi. Sarebbe stata comunque un buon punto di partenza. Ha pubblicato dal 2014, tra gli altri, tre libri dai titoli eloquenti: “La strage dei congiuntivi”, “Di grammatica non si muore”; “Peste e corna”; strumenti di resistenza civile con i quali arginare la deriva linguistica degli italiani.

Per chiudere il cerchio (ma con Roscia non è detto) è uscito a fine ottobre, edito da Rai Libri, “Errorario, piccolo dizionario degli errori grammaticali, dei dubbi e dei tormentoni linguistici” (262 pagine) nel quale, mantenendo un’equa distanza di sicurezza tra ultra-puristi e ultra-permissivisti, cerca di sciogliere in maniera leggera e originale qualche dubbio sulla nostra lingua, tanto bella tanto (ahinoi) misteriosa. Curiosità estetica. Le lettere che introducono in ordine alfabetico i capitoli sono adagiate sulla riproduzione di un foglio carta sgualcito, manifestazione plastica dello stato di salute dell’idioma di Dante.

Massimo, la prima domanda è la trascrizione testuale dello scherzoso incipit della premessa: “Ma cera d’avvero bisognio di un’altro libbro su l’italiano e li errori grammaticali?».

«Sì, e non “assolutamente sì”».

“Errorario” si differenzia dagli altri tre libri dal punto di vista concettuale o strutturale?  

«Strutturale, intanto dal nome che fa esplicitamente il verso al vocabolario, vangelo della lingua italiana. E’ un piccolo dizionario con 300 lemmi pensato per fornire soddisfazioni lessicali parziali. Un prontuario che permette di partire da dove si vuole, anche dalla lettera “Zeta” magari per scoprire quali misteri si celino dietro la forma esatta della parola “zabaione”: dall’uso obbligatorio del Marsala (che è la morte sua, ndr) nella ricetta base alle differenze tra la preparazione a mano o con il Bimby e in tal caso pensa a tutto il robottino. Quindi zabaione: né zabajone né zabaglione».

Fernando Pessoa disse o scrisse: «La fortuna di un popolo dipende dallo stato della sua grammatica. Non esiste grande nazione senza proprietà di linguaggio». Quindi, per sillogismo, l’Italia è una piccolissima nazione?

«Potrebbe essere un’Italiona e invece rimane tristemente un’Italietta. Io credo che manchi completamente l’amore per la nostra lingua. E ciò supera ogni possibile considerazione di carattere storico o culturale. Ci manca questo legame forte, tipico di una relazione sentimentale. Guardiamo all’italiano con freddezza, superficialità, distacco. Tali atteggiamenti generano fenomeni di analfabetismo funzionale e sciatteria. E’ come il nostro patrimonio culturale: il 70 per cento di quello mondiale è in Italia, ma il nostro Paese è soltanto quinto nella classifica mondiale delle mete più visitate. Forse perché non amiamo in fondo i nostri tesori e non sappiamo valorizzarli all’estero».

Tra uso becero della lingua e grammatica smarrita pensa che bisognerebbe ripensare i programmi scolastici con un ritorno, anche se parziale, al passato?

«Non è facile dirlo. Ho visitato decine di scuole e incontrato professori molto preparati e ragazzi davvero motivati, quindi non è sempre un problema di programmi didattici. La scuola è sovraccaricata di responsabilità e di compiti che dovrebbe perseguire per conto di altre istituzioni. Con i tempi che corrono come fai a imporre a una generazione immersa nella fase del rifiuto, della trasgressione, della contestazione dell’autorità un adeguamento anche alle più basilari norme di convivenza? Vale per la grammatica, che è materia ostica ricca di regole con obblighi e immancabili eccezioni. Potrebbe però essere spiegata come un gioco, con regole e penalità, e quindi coinvolgere di più gli studenti. Potrebbero obiettare: “ma io che ci faccio con una particella pronominale o un congiuntivo? Risposta: anziché scrivere “tvb”, “ke” o ti “lovvo”, si possono elaborare dei messaggini all’amico del cuore o alla fidanzata più belli ed espressivi. Ai ragazzi va anche spiegato che acquisire una discreta padronanza del linguaggio crea autostima e autorevolezza verso gli altri».

Guariremo prima o poi dal “morbus anglicus” vaticinato dal linguista Arrigo Castellani già nel 1987?

«Mi auguro di sì anche se l’importazione indiscriminata di anglismi ha assunto dimensioni inaccettabili. Forse perché siamo un popolo provinciale, esterofilo, subalterno, permeabile. Nessuno ipotizza di alzare ponti levatoi o scavare trincee, ma l’italiano è una lingua meravigliosa e completa: perché non usarlo per tradurre un corrispondente termine straniero?

Massimo, “Errorario” è un libro dedicato (anche) a chi non lo leggerà mai?

Sorride…

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