Cosa ci guadagna o perde l’Italia col nuovo Patto di stabilità

giovedì, 21 Dicembre 2023
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L’Europa si regala per Natale un nuovo Patto di stabilità, che per l’Italia non è il migliore possibile ma è il migliore che era lecito aspettarsi, quindi va benissimo così.
L’accordo, siglato nella serata di ieri, mette definitivamente in soffitta le vecchie regole siglate a Maastricht oltre trent’anni fa e tiene conto di molte delle richieste avanzate dal nostro governo. Prima di tutte il riconoscimento di un trattamento di favore alle riforme e agli investimenti del Next Generation Recovery Plan, che andranno quindi a pesare di meno sui conti in vista degli obblighi di riduzione del debito.
A questo proposito il nuovo testo prevede che i Paesi con un debito oltre il 90% del Pil (ovvero Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Francia e Belgio) dovranno ottenere una riduzione media annua del rapporto col debito di 1 punto percentuale all’anno. Non poco per un Paese come l’Italia che già spende annualmente il 4% del Pil per ripagare i suoi interessi sul debito, ma neanche una percentuale ingestibile se la nostra economia continuerà a crescere.
Come al solito sobrio nei suoi commenti, Giancarlo Giorgetti si è detto moderatamente soddisfatto: “Ci sono alcune cose positive e altre meno. L’Italia ha ottenuto però molto e soprattutto quello che sottoscriviamo è un accordo sostenibile per il nostro Paese volto – aggiunge – da una parte a una realistica e graduale riduzione del debito mentre dall’altra guarda agli investimenti specialmente del Pnrr con spirito costruttivo”.
Il inistro dell’Economia ha anche fatto presente che se ora è il momento dei commenti a caldo, ci vorrà molto più tempo per dare un giudizio realistico del Patto: “Le nuove regole naturalmente dovranno sottostare alla prova degli eventi dei prossimi anni – ha spiegato – che diranno se il sistema funziona realmente come ci aspettiamo”.
I commenti dei colleghi europei hanno tutto sommato ricalcato il controllato ottimismo di Giorgetti, segnale che l’unanimità raggiunta nell’approvazione delle modifiche rispecchia un compromesso che non scontenta troppo nessuno.
Come era attendibile, i toni più soddisfatti sono venuti dai Commissari europei, perché il nuovo Patto, se non dà più poteri a Bruxelles, di sicuro ne sottolinea il ruolo centrale nel controllo delle finanze dei Paesi membri, con buona pace dei partiti sovranisti che avrebbero voluto allentare il controllo della Commissione sulle finanze pubbliche.
È impossibile non notare infatti che con l’attività puntuale di Giorgetti il governo Meloni ha dimostrato un atteggiamento magari concreto e disincantato, ma di certo europeista. Con questo trasformando definitivamente il suo governo sovranista in un governo che va in Europa per parlamentare e ottenere il risultato migliore per il proprio paese. Come faceva Draghi, uno che con Giorgetti non a caso andava d’accordissimo.

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