Schlein, ovvero come si può finire dalle stelle alle stalle in meno di un anno. Sarà l’inesperienza, sarà la giovinezza, sarà un po’ di ingenuità, sarà quello che volete, fatto sta che le ultime uscite della segreteria Pd stanno spaccando in due il suo partito. E c’è chi aspetta l’esito delle elezioni europee di giugno per darle il ben servito.
Che cosa è successo? Nulla che non fosse in qualche modo prevedibile già qualche mese fa: Elly non ha la caratura della leader, o, se ce l’ha, non l’ha ancora messa in mostra. Troppe incertezze, troppe leggerezze, troppo snobismo e poi quel parlare oscuro e involuto che non contribuisce davvero ad accrescerne il carisma. A nessun segretario/a di partito, è successo, ad esempio, di ricevere in diretta le critiche di due giornalisti amici come accadde qualche mese fa alla Schlein nel “salotto” televisivo di Lilli Gruber: all’ennesima risposta da Supercazzola di Elly, sia la conduttrice sia l’altro ospite Massimo Giannini sono sbottati accusando la Schlein di usare parole incomprensibili. «Ma chi la capisce se lei parla così?», le hanno detto in coro.
Insomma, i suoi limiti la segretaria del Pd li aveva già mostrati da tempo, senonché, invece di superarli, la Schlein sembra averli ulteriormente aggravati, tant’è che le sue ultime uscite sono risultate a dir poco tragiche e (involontariamente) esilaranti, la qual cosa, per un politico, è una vera e propria sciagura. Ecco, per dirne una, come Elly s’è giustificata davanti ai suoi per aver disertato il seminario di “riflessione” a Gubbio nel giorno inaugurale: «Sono arrivata oggi perché ieri sera sono andata a vedere un film stupendo che si chiama “Kripton”, un film che dovrebbe vedere chi sta smantellando la sanità pubblica». Vi pare possibile che una leader di partito possa dire che ha dato buca ai propri parlamentari perché è andata al cinema?
Nel corso del suo intervento, la Schelin ha anche detto che non bisogna inviare armi a Israele per evitare che si commettano «crimini di guerra». Queste parole hanno provocato un putiferio dentro il Pd, anche perché dopo due giorni i centri sociali hanno ferito dieci poliziotti a Vicenza nel tentativo di boicottare la partecipazione dello Stato Ebraico alla Fiera “VicenzaOro” . Il malumore diffuso nella classe dirigente piddina è stato espresso dal vecchio e autorevole Piero Fassino quando ha detto che «quello che è accaduto indica quanti danni stia producendo la criminalizzazione di Israele e la diffusione delle pulsioni antisemite». Parole che sono risuonate come una pesante, ancorché indiretta, sconfessione della segretaria piddina.
La Schlein ha voluto probabilmente vellicare la base di sinistra del suo partito che è tradizionalmente schierata su posizioni filopalestinesi. Ma la sua uscita è risultata comunque maldestra, visto che l’Italia non invia armi a Israele dal 7 ottobre, come ha precisato il ministro Antonio Tajani. Elly ha dimostrato quindi di essere anche poco informata su quello che fa l’Italia in Medio Oriente. Piaccia o non piaccia, una frattura s’è creata tra la segretaria e una parte consistente della dirigenza del Pd.
Altra frattura (per certi aspetti anche più grave) s’è verificata a proposito del voto sul fine vita della consigliera veneta Anna Maria Bigon, voto che è risultato determinante per affossare la legge proposta dal governatore Luca Zaia. La scelta della Bigon ha fatto infuriare la Schlein perché la consigliera piddina, che ha votato contro la legge per ragioni di coscienza, ha disatteso l’indicazione di partito di abbandonare l’aula, cosa che avrebbe permesso di salvare il provvedimento. È superfluo chiarire che il Pd era favorevole alla legge sul fine vita, però, non potendo votare a favore dell’iniziativa di un governatore del centrodestra, la Schlein aveva pensato all’espediente dell’uscita dall’aula per i suoi.
In ogni caso, anche qui è scoppiato il putiferio perché la reprimenda della segretaria («se il Pd ti chiede di uscire, esci») è suonata come l’annuncio di una sanzione disciplinare. A quel punto sono insorti i cattolici e i riformisti del partito, a partire da Graziano Delrio, che ha minacciato: «Se puniscono Bigon mi autosospendo».
Ma dove Elly Schlein sta dimostrando tutti i suoi limiti di leadership è nella questione della candidatura alle Europee. Se Giorgia Meloni non ha ancora sciolto la riserva con la chiara intenzione di tenere tutti sulla corda («voglio fare un po’ di suspense», ha detto l’altra sera, tra il serio e il faceto, nell’intervista di Nicola Porro su Retequattro), se insomma la premier vuole alimentare l’attesa per la sua candidatura, la segretaria Pd è invece, realmente, in preda ai dubbi. La Schlein avrebbe dovuto già archiviare il problema, o con un sì o con un no, dicendo cioè qualcosa di chiaro e senza lasciare nell’incertezza i suoi.
Ha detto il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che il Pd dell’era Schlein è «a metà tra Lotta Continua e lo Zecchino d’Oro». Il problema è che manca il Mago Zurlì, anche se già chi lo aspetta. Per alcuni il predestinato a vestire la calzamaglia e il mantello sarebbe, dopo le Europee, Paolo Gentiloni. Potrebbe essere in effetti la mossa giusta per il Pd. Ma potrebbe anche arrivare troppo tardi.



