Tutti contro: chi è il sindaco che “vuole” le scorie nucleari italiane

sabato, 27 Gennaio 2024
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scorie nucleari

La questione è sconosciuta ai più, ma ribolle sottotraccia. Da trent’anni e passa lo Stato non riesce a trovare un deposito nazionale dove stipare le migliaia di metri cubi di scorie radioattive, in primis quelle nucleari, frutto della dismissione delle centrali di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Sessa Aurunca avvenuta anche in conseguenza dei referendum abrogativi del 1987. Il lungo e accidentato peregrinare del governo alla ricerca del “posto giusto” raggiunse il punto di sintesi nel 2003 quando l’esecutivo Berlusconi individuò in Scanzano Jonico il luogo dove raccogliere le scorie nucleari di alta e media durata di tutta Italia. Nel paesino costiero di 7000 anime, in provincia di Matera, per nulla lusingato da tanta attenzione, scattò la sommossa e per quindici giorni andarono avanti proteste e pacifiche manifestazioni di piazza che coinvolsero centomila persone. Così Palazzo Chigi dovette ritirare il provvedimento. Punto e a capo. Nel frattempo, però gran parte dei rifiuti ad alta radioattività era stata inviata a Francia, Belgio e Gran Bretagna affinché fosse custodita e riprocessata per renderla di bassa pericolosità prima di rispedirla al mittente. Il tutto, con un esborso di milioni di euro all’anno ai tre Paesi per spese di custodia e trattamento e una bella serie di procedure d’infrazione da parte dell’Unione europea per manifesta incapacità di trovare un buco dove infilare i rifiuti, che comprendono, è bene ricordarlo, anche quelli ospedalieri e industriali.

Sicché la caccia al tesoro è continuata fino ai giorni nostri quando la Sogin, la Società per la gestione degli impianti nucleari nata nel 1999, ha portato sul tavolo del ministero dell’Ambiente un elenco di 51 siti, potenzialmente idonei a ospitare il deposito nazionale, secondo i 28 rigorosi criteri fissati dall’Isin, distribuiti in sei regioni italiane: Piemonte, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia. Non si hanno notizie di proteste. Per adesso. Ma la lista non è chiusa. Il recente Decreto Legge 181 del 9 dicembre 2023 ha introdotto la possibilità di autocandidatureanche per comuni che non sono compresi nella mappa, con le quali chiedono alla Sogin di valutare anche i propri territori.

Ed è qui che spunta fuori il sindaco di Trino Vercellese che prima di darsi la consegna del silenzio assoluto in attesa della conversione in legge del decreto ha già fatto sapere a cittadini, omologhi dei Comuni limitrofi, partner istituzionali che lui i rifiuti nucleari li vuole. «Tanto – ha dichiarato a qualche giornale prima di mettersi in embargo – i rifiuti ce li ho già in casa». Così ha avanzato la candidatura del suo paese a ospitare il deposito nazionale.

Ora, poiché il tema delle scorie nucleari è roba che scotta, Daniele Pane, sindaco 38enne in quota Fratelli d’Italia, è già inviso, per calcoli elettorali, per regioni ideologiche o per paure ancestrali, al presidente della Regione, a quello della Provincia, ai sindaci del circondario, alla Diocesi, agli agricoltori e a una buona fetta di concittadini. Secondo i dissidenti, il territorio che circonda Trino, chiuso tra le risaie e le colline delle Langhe, non è adatto ospitare il sito per ragioni idrogeologiche e poi perché il paese vuole imboccare i sentieri rassicuranti dell’enogastronomia. Ma il sindaco del borgo vercellese fa spallucce e non arretra, ben conscio della sua posizione scomoda, impopolare, in antitesi a quella di tanti sindaci italiani, ma senz’altro, a sentire lui, lungimirante. E “tatticamente” intelligente.

Trino convive con la centrale nucleare spenta da trentaquattro anni, è adagiata sulle rive del Po e custodisce scorie nucleari di radioattività pari all’ottanta per cento di quelle attualmente presenti in Italia. Il sito è in sicurezza, ma resta un inquilino ingombrante e potenzialmente minaccioso.  Il cimitero dei rifiuti speciali sarà costruito su un’area di 150 ettari e servirà a mettere in sicurezza per tre secoli circa centomila metri cubi di scorie tra alta, media e bassa intensità. Il 60 per cento arriverà dallo smantellamento delle centrali, il resto da altre attività.

Secondo Pane, Trino dispone di alcune zone sulle quali è possibile edificare il deposito nazionale per il quale arriverebbero delle ovvie compensazioni in risorse economiche, 4000 posti di lavoro per la costruzione del sito, ulteriori 700 una volta a regime, sconti in bollette per i residenti del comprensorio. In più, un parco tecnologico dedicato alla ricerca sul nucleare. Quindi, delle due l’una: se Roma scarterà Trino, il sindaco farà il giro delle sette chiese ministeriali per pretendere che le scorie che ci sono spariscano subito. Per il primo cittadino, rieletto con il 73 per cento delle preferenze, è un’opportunità da cogliere, purché siano garantiti i livelli di massima sicurezza. Tuttavia, il fronte del no è compatto e, in mancanza di seria attività di informazione, continua a protestare.

Sullo sfondo di questa situazione, destinata a scaldarsi una volta convertito in legge il decreto, appare quanto mai curiosa la riflessione del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini che ha rilanciato la necessità di tornare al nucleare per ridurre la dipendenza dell’Italia da fonti energetiche estere. Insomma, riaccendere nuove centrali nucleari nel momento storico in cui non si sa dove sistemare le scorie di quelle dismesse. Intanto l’Unione europea sta progettando la costruzione di un deposito comune dei rifiuti nucleari. In termine economici, un colossale business. Vuoi vedere che il nostro bizzarro paese sarà persino capace di avanzare la candidatura per ospitarlo?

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