Centri storici, anche di un certo pregio, diventati friggitorie a cielo aperto; bazar di chincaglierie uno dietro all’altro; negozi tradizionali ridotti al lumicino. La desertificazione avanza anche se il commercio è riuscito a sopravvivere ai cambiamenti sociali. Per Confcommercio si reagisce a questo fenomeno prima di tutto con la riqualificazione urbana, cercando di migliorare il dato che parla di ben 111mila negozi spariti dal 2012 a oggi. C’è scritto nero su bianco nell’ultima indagine “Città e demografia d’impresa: come è cambiato il volto delle città, dai centri storici alle periferie, negli ultimi dieci anni”. «I numeri sono importanti, ma non va tutto male, cala il numero di negozi – spiega direttore dell’Ufficio Studi Confcommercio, Mariano Bella – ma il commercio resta vitale e reattivo. Potevamo essere sterminati con tutto ciò che è successo dal 2012 ad oggi».
L’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sulla demografia d’impresa nelle città italiane, effettuata in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di Commercio, evidenzia che sono sempre meno le attività tradizionali e di più quelle dei servizi, soprattutto nei centri storici, mentre aumentano le attività gestite da stranieri. Inoltre, l’anno scorso erano state quasi 100mila le attività di commercio al dettaglio e oltre 15mila le imprese di commercio ambulante a mancare all’appello nei dieci anni precedenti. Nel conteggio 2024 aggiornato il totale sale rispettivamente a più di 110mila e a oltre 24mila.
La tendenza si conferma e si accentua, dunque, e ciò riguarda anche la crescita delle attività di alloggio e di ristorazione, aumentate di quasi 10mila unità tra il 2012 e il 2023. Da notare la crescita esponenziale dei bed and breakfast: +168% nei centri storici del Sud e +87% in quelli del Centro-Nord. Nello stesso periodo risultano rilevanti la riduzione del numero di imprese italiane attive nel commercio, negli alberghi e nei pubblici esercizi (-8,4%, con bar in calo e ristoranti in crescita) e il conseguente aumento di quelle straniere (+30,1%). Ed è interessante notare che metà della nuova occupazione straniera nell’intera economia (+242mila occupati) viene proprio da questi settori. «Il commercio – commenta Bella – è la principale strada di integrazione per gli stranieri».
Concentrando lo studio sulle 120 città medio-grandi, la riduzione di attività commerciali è più accentuata nei centri storici rispetto alle periferie, un fenomeno che interessa tanto il Centro-Nord quanto il Mezzogiorno, fino allo scorso anno caratterizzato da una maggiore vivacità commerciale.
Nei centri storici sono sempre meno le attività tradizionali come carburanti (-40,7%), libri e giocattoli (-35,8%), mobili e ferramenta (-33,9%), abbigliamento (-25,5%) e sempre più quelle che offrono servizi e tecnologia come farmacie (+12,4%), computer e telefonia (+11,8%), oltre alle attività di alloggio (+42%) e di ristorazione (+2,3%).
Nelle città, quindi, è sempre più evidente il fenomeno della desertificazione commerciale. Negli ultimi dieci anni sono scomparse dai 120 Comuni oggetto di analisi, oltre 30mila unità locali di commercio al dettaglio e ambulanti (-17%), tanto che la densità commerciale è passata da 12,9 a 10,9 negozi per mille abitanti, pari a un calo del 15,3%. Un fenomeno che non dipende se non in minima parte dal calo della popolazione, scesa solo del 2%.
Per evitare gli effetti più gravi di questo fenomeno il commercio di prossimità non può che continuare a puntare su efficienza e produttività, anche attraverso una maggiore innovazione e una ridefinizione dell’offerta. E resta fondamentale l’utilizzo anche del canale online, le cui vendite sono passate da 17,9 miliardi nel 2019 a 35 miliardi nel 2023 per un fatturato che vale ormai il 17% degli acquisti di abbigliamento e il 12% dei cosmetici. La crescita dell’e-commerce è la maggiore responsabile della riduzione del numero di negozi, ma resta comunque un’opportunità per il commercio tradizionale. «La sfida si acuisce – conclude il direttore dell’Ufficio Studi – è ora di prendere sul serio il tema del valore sociale del commercio».
Per Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio occorre contrastare la desertificazione commerciale con la riqualificazione urbana. «E’ un fenomeno – dice – che riguarda soprattutto i centri storici dove la riduzione dei livelli di servizio è acuita anche dalla perdita di commercio ambulante. Rimane, in ogni caso, prioritario contrastare la desertificazione commerciale con progetti di riqualificazione urbana per mantenere servizi, vivibilità, sicurezza e attrattività. In questa direzione vanno il progetto Cities di Confcommercio e la rinnovata collaborazione con l’Anci a conferma del nostro impegno per favorire uno sviluppo urbano sostenibile e valorizzare il ruolo sociale ed economico delle attività di prossimità nelle città».
Foto: italiaatavola.net



