Primo Maggio 2024, tutta l’attenzione è concentrata sul programma del Concertone, con la tradizionale parata di vedettes canore, con gli immancabili attacchi alla destra in diretta tv, con l’effimera euforia delle migliaia dei rockettari in piazza che hanno soppiantato i proletari del tempo che fu.
L’appuntamento sarà al Circo Massimo. Cinquanta gli artisti che si esibiranno dal pomeriggio alla tarda serata. E il tutto, come ogni anno, sarà ripreso dalle telecamere di Raitre. “Tele Meloni” non farà di certo eccezione, con buona pace di coloro che gridano all’”autoritarismo” che i nuovi dirigenti Rai avrebbero in mente di somministrare ai teleutenti italiani. Evviva, toccateci tutto, meno che la musica in piazza e gli strimpellatori dal palco.
Nulla di nuovo sotto il sole. Solo che quest’anno il Primo Maggio presenta un che di paradossale e, se vogliamo, anche di emblematico. E già, perché mentre tutti penseranno alle band che si esibiranno nella Capitale, i massimi rappresentanti di quella che una volta si sarebbe chiamata Triplice (Cgil, Cisl e Uil) se ne andranno lontano, ai confini dell’Italia. Saranno infatti a Monfalcone, in segno di solidarietà con gli immigrati che nella città giuliana se la devono vedere con la sindaca leghista Anna Maria Cisint, la quale non tollera la nascita di moschee nella sua città. Il messaggio per questo Primo Maggio è abbastanza chiaro: scommettere sulle politiche di integrazione e pensare innanzi tutto ai lavoratori stranieri. Una politica sindacale che appare però decisamente suicida, visto che la gran parte dei lavoratori italiani sta soffrendo a causa dell’erosione del potere d’acquisto dei salari e delle continue minacce di delocalizzazione che gravano sugli stabilimenti diffusi per la penisola.
Chi pensa ai lavoratori italiani? Per quanto possa apparire strano, ci sta pensando proprio il “governo della destra”. Anche quest’anno, con la legge di bilancio per il 2024, il grosso della manovra è concentrato sul rifinanziamento delle misure dirette a tagliare punti di cuneo fiscale in modo da rendere più pesanti le buste paga. E proprio in occasione di questo Primo Maggio è stato annunciato un bonus da 100 euro che arriverà nel 2025 a vantaggio dei redditi più bassi.
Certo, si tratta di misure che possono soltanto attenuare, senza purtroppo risolvere, i grandi problemi del lavoro in Italia, che si manifestazioni innanzi tutto con i bassi salari, mediamente inferiori alle retribuzioni nel resto d’Europa, un problema che andrebbe risolto, non con il salario minimo, ma con riforme capaci di aumentare la produttività del lavoro nel nostro Paese.
Maurizio Landini pensa invece ad altro, vale a dire a iniziative più “politiche” che sindacali, come la proposta di una campagna referendaria per «smontare alcune delle leggi che hanno portato a un mondo del lavoro selvaggio». Ha in progetto di raccogliere le firme necessarie per andare al voto l’anno prossimo. Gli obiettivi principali sono la cancellazione del jobs act, gli abusi nel ricorso ai contratti a termine e la deresponsabilizzazione delle aziende negli appalti. Il leader della Cgil preferisce iniziative che normalmente spettano più i partiti che i sindacati , trascurando quello che dovrebbe essere il suo mestiere: l’interlocuzione con il governo sulle misure che impattano direttamente sulla vita dei lavoratori, unitamente alla contrattazione nei settori più delicati.
È evidente l’intenzione di Landini di guardare in prospettiva più alla leadership politica che a quella sindacale (con il beneplacito di Giuseppe Conte e con la diffidenza di Elly Schlein). Ma in tale prospettiva non può certo trovare il favore degli altri sindacati, in particolare della Cisl, che per bocca del suo leader Luigi Sbarra accusa il capo del sindacato “rosso” di «anacronismo».
Questo Primo Maggio a Monfalcone fa pensare, riguardo ai rapporti tra sindacati, a quei pranzi di Natale nei quali tante famiglie, profondamente divise dalla discordia, sono costrette a stare insieme al solo scopo di salvare la facciata dell’unità familiare.
Quella gente di sinistra che ancora crede nell’unità sindacale tende naturalmente a non accorgersi di certe, profonde divisioni. Ad aiutare questo “popolo” smarrito (e sempre più eseguo) a vincere il senso di delusione, può certo servire il Primo Maggio trasformato, da festa dei lavoratori, in festa dei rockettari. Poi però arriva sempre il 2 maggio a riportare tutti alla dura realtà.



