Fine dell’Euro-strazio. Già, perché in fondo si temeva che il gol della vita di Zaccagni all’ultimo palpito della partita con la Croazia non avesse fatto altro che prolungare l’agonia di una squadra apparsa senz’anima né corpo. La Svizzera (la Svizzera!, signori) ha passeggiato sui figuranti in maglia azzurra conquistando meritatamente, con una gara tutta ritmo e organizzazione di gioco, l’accesso ai quarti di finale.
Mentre il fantasma sghignazzante di Giampiero Ventura aleggiava sulle nuove macerie fumanti, sarebbe stato il caso di prendere atto con coraggio del fallimento per evitare di costruire l’ennesima figuraccia in occasione delle qualificazioni ai mondiali americani del 2026. Invece nulla di nuovo sotto il cielo della Figc: Spalletti ha chiesto scusa, Gravina ha accampato scuse. D’altronde, cos’altro deve succedere dopo la mancata qualificazione in Qatar del 2022 e il disastro appena compiuto affinché il presidente federale prenda almeno in considerazione l’ipotesi di dimettersi? No, in Italia il nobile istituto delle dimissioni non è un’opzione. Mai.
«Non ha senso chiedere le mie dimissioni all’inizio un progetto pluriennale – ha detto in conferenza stampa – le critiche feriscono tutti, ma bisogna avere la capacità di prendere spunto per poter migliorare e crescere. Mi riferisco alle critiche costruttive. Non ascolto quelle strumentali e che non hanno senso perché si riferiscono alle mie dimissioni, proprio adesso che è in chiusura il mio mandato federale».
Il presidente federale alludeva alle osservazioni di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera che con il suo emendamento al Dl Sport mette in discussione l’attuale organizzazione federale: «La politica rappresenta il popolo italiano – ha detto Mulè – guai se si mette in discussione l’autorità del Parlamento che lo rappresenta: se ne facciano una ragione Gravina e tutti quelli che difendono un sistema antistorico. Se Gravina guardasse oltre il suo naso, si renderebbe conto che il sistema fa acqua da tutte le parti ed è naufragato con la nazionale».
Ma che il sistema federale sia oggettivamente antistorico, superato e ormai inefficace Gravina non se ne fa un cruccio considerando che parla serenamente di un progetto triennale di rinnovamento sottendendo una sua possibile ricandidatura.
Fin qui le consuete esercitazioni di equilibrismo fornite da Gravina, tuttavia le peggiori esibizioni della storia recente della Nazionale hanno un unico responsabile: Luciano Spalletti. Si è preso le colpe dell’eliminazione, ma arrampicandosi ha pure detto che si tratta di un risultato “non così scandaloso” attingendo al campionario degli alibi per dimostrare di non aver potuto fare di più. Meno male, perché ciò che ha fatto lo si è visto manifestamente in campo. L’Italia è una squadra modesta, ma in campo è stata persino peggiore di quello che vale. In due settimane non si è vista un’idea che sia una di gioco, di impostazione tattica con quattro formazioni diverse in altrettante partite con giocatori fuori ruolo e una girandola di cambi durante le gare che hanno mandato in confusione i giocatori, peraltro quasi sempre fuori ruolo. Sono mancati lo spirito che occorre quando si indossa la maglia della Nazionale, la tenuta atletica e la condizione psicologica. Il risultato statistico ci dice in quattro partite l’Italia ha fatto dieci-tiri-dieci verso la porta degli avversari. E le irritanti contorsioni dialettiche, infarcite di incisi e subordinate di impossibile decrittazione, di Spalletti, non hanno fugato i dubbi di cosa sia stata realmente la Nazionale. Anzi.
Da dove si riparte. Ah saperlo, considerando che pure i vertici federali oggi brancolano nel buio. Magari da una data precisa: 5 luglio 2024, il giorno in cui gli azzurrini si sono sbarazzati dei parigrado portoghesi portando a casa il titolo europeo di categoria. Significa che alla base qualcosa di buono c’è, peccato che questi ragazzi appena entrano nel tritacarne del calcio professionistico si perdono per strada. E allora valorizzazione delle scuole calcio, più coraggio nel lanciare le nuove leve in prima squadra, limitare l’utilizzo degli stranieri e soprattutto maggiore e leale collaborazione tra federazione, i club e le leghe anche se Tony Damascelli dalle colonne del Giornale non le manda a dire: «Ci vuole altro per stare e restare in Europa, serve fare punto e a capo, a partire dai vivai, bloccando il numero di stranieri da schierare in campo, la Lega se ne fotte, i club pensano a gonfiare i conti dei procuratori assumendo calciatori di scarsissimo censo tecnico però provenienti dall’estero e spinti dai loro agenti quasi al ricatto».
Infine, qualcuno dovrebbe umilmente prendere esempio dal pregevole lavoro delle altre federazioni. Fino a qualche anno fa, nuoto e atletica leggera portavano a casa miseri risultati. Oggi sono potenze mondiali grazie alla programmazione, alla selezione feroce degli atleti e alla loro scrupolosa e meticolosa preparazione. Tutti gli sport di squadra italiani sono a livelli di eccellenza e la cenerentola della situazione, la pallamano, ha raggiunto dopo anni la qualificazione mondiale. La pallamano, con tutto il rispetto…
Foto: goal.com



