0,9%. Se volete davvero sapere perché la Le Pen ha vinto alle elezioni di ieri, e soprattutto perché Macron ha clamorosamente perso, dovete imprimervi in testa questa misera percentuale, che indica il tasso di crescita della Francia nel 2023. Seguito al 2,5% del 2022 (quando l’Italia era cresciuta del 3,7%) e al 6,4% del 2021 (per l’Italia era stato un +8,3%.
Insomma, i francesi hanno votato in massa il Rassemblement National non perché sono diventati improvvisamente fascisti, ma perché l’economia va male e i 57 milioni di persone che non vivono a Parigi si sentono sempre più abbandonati da una elite politica, industriale e culturale che continua a ignorare un continuo aumento delle disparità economiche in uno dei paesi più importanti d’Europa.
Problemi emersi già qualche anno fa con le clamorose rivolte dei gilet gialli, trattate come una trovata folkloristica e invece chiaro sintomo di un malessere tutt’altro che passeggero, ma che Macron ha continuamente ignorato. Normale quindi che la maggioranza dei cittadini sia stata attratta dalle proposte della Le Pen, che se riuscirà a guidare il parlamento e permettere al suo Jordan Bardella di occupare il posto di premier ha promesso di ridurre l’età pensionabile e far tornare a crescere un’economia sempre più anemica e sempre più gravata da un debito pubblico che ha ormai raggiunto il 109% del Pil e rischia di raggiungere, se non interverranno grossi cambiamenti, il 122% nel 2027.
La situazione economica del paese è ulteriormente aggravata da previsioni di crescita al ribasso. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, ha recentemente ridotto le previsioni di crescita del PIL per il 2024 dall’1,4% all’1% a causa delle incertezze geopolitiche e del rallentamento dei principali partner commerciali, Germania e Cina.
Le Maire ha poi annunciato tagli alla spesa pubblica per 10 miliardi di euro, proprio nel disperato tentativo di mantenere il deficit al 4,4% del PIL nel 2024 (comunque un’enormità). La strategia del governo è mirata a ridurre gradualmente il deficit fiscale fino a scendere sotto il tetto UE del 3% entro il 2027, ma nessuno – a partire dagli elettori – sembra crederci più.
È ovvio che politiche fiscali restrittive e prospettive di crescita modeste abbiano creato un terreno fertile per l’opposizione, che promette soluzioni più radicali e immediate ai problemi economici del paese.
Per Macron è difficile giustificare i pessimi risultati economici della sua gestione anche a causa del confronto con i principali partner europei. A partire dall’Italia, che nonostante debba pagare interessi sul debito altissimi ha mostrato segni di vitalità molto maggiori dei cugini d’oltralpe, con una crescita del PIL stabilmente più alta da tre anni a oggi. Questo confronto mette in luce le difficoltà strutturali dell’economia francese, che non riesce a tenere il passo con altri paesi del G7, eccetto la Germania, anch’essa in crisi a causa del suo rapporto strettissimo con la Cina, dalla quale l’Europa sta avviando un doloroso e complicato decoupling.
La spesa militare è un altro aspetto significativo delle attuali difficoltà economiche. La Francia ha aumentato il bilancio della difesa a 413 miliardi di euro fino al 2030 per modernizzare il suo arsenale nucleare e sviluppare nuove tecnologie militari. Questa spesa, spinta dalla guerra in Ucraina e dalle minacce globali, rappresenta un velleitario tentativo di rafforzare la posizione del paese nel contesto internazionale.
E anche su questo tema la Le Pen promette di far cambiare atteggiamento al Paese, con buona pace dell’ex prodigio Macron.



