Vittoria laburista in Gran Bretagna, la sinistra europea (soprattutto quella italiana) torna a sperare che il vento dell’attuale fase storica non spiri più a destra. Il successo del Labour è certo travolgente: 412 seggi in Parlamento, con i Tory ai minimi termini. Il partito di Rishi Sunak ha perso 250 parlamentari, raggranellandone appena 132. Una débacle storica. Ma, vista più da vicino, la vittoria laburista britannica non autorizza grandi esultanze progressiste al di qua della Manica. Vediamo perché.
Innanzi tutto diciamo che il trionfo laburista è nei seggi, ma non nei voti. Il partito guidato da Keir Starmer è andato poco oltre il 33%, non molto meglio del 32 raccolto nel 2019 nell’ambito della disfatta subita dall’allora leader Jeremy Corbyn. Un solo punto percentuale separa la disfatta (5 anni fa Corbyn fu costretto alle dimissioni) dal trionfo. Come è possibile? Sono gli effetti, talvolta perversi, dell’uninominale secco, dove basta un voto in più in un collegio per decretare la vittoria di un candidato sugli altri. Questo significa che la valanga di seggi conquistati oggi dal Labour è frutto di vittorie con poco scarto, ottenute però in un numero considerevole di collegi.
Per far capire gli effetti paradossali che può produrre il sistema elettorale maggioritario adottato in Gran Bretagna, basterà ricordare che, nelle elezioni del 2017, il partito laburista (sempre guidato da Corbyn) ottenne un lusinghiero 40%, ma solo 262 deputati. Bastarono due punti in più ai conservatori di Theresa May per conseguire la vittoria nei seggi. Ne ottenne 55 in più dei laburisti. Ma non furono comunque sufficienti a garantirle la maggioranza assoluta alla Camera dei comuni. Per governare, la May fu costretta a chiedere l’appoggio degli unionisti nordirlandesi.
Al dunque, in Gran Bretagna si può perdere con il 40 per cento e trionfare con il 33. Detto questo, non c’è naturalmente da minimizzare il successo dei laburisti di Starmer, ma solo da far capire che sbaglia chi pensasse che da oggi soffia un “vento inglese” capace di rigenerare la sinistra nell’Europa continentale. Non solo il Labour non ha sostanzialmente accresciuto i suoi consensi nella società, ma la sua odierna vittoria non è esportabile al di là della Manica.
Diciamola tutta: il risultato delle elezioni in GB ci parla più di una disfatta dei conservatori che non di un trionfo dei laburisti. E sì perché il partito dei Tory è stato guidato negli ultimi anni da leader decisamente inadeguati, oscillanti tra la boria e il dilettantismo.
Tutto nasce dal tragico errore di David Cameron di indire a suo tempo il referendum sulla Brexit, convinto che i sì all’Ue avrebbero vinto e che in questo modo sarebbe stata disattivata l’opposizione populista di Nigel Farage e di tutti i bardi dell’addio a Bruxelles. Da quel momento in poi i conservatori non ne hanno azzeccata una. Ha sbagliato tutto l’indecisa Theresa May, succeduta a Cameron. Ha sbagliato tutto l’estroso Boris Johnson, che ha tentato di cavalcare l’onda della Brexit senza esserne realmente convinto.
La Brexit stessa, per come è stata gestita dai governi conservatori, non si è peraltro rivelata un grande affare per l’economia britannica. Anzi, il suo costo in termini di Pil è stato calcolato in 4 punti in meno, un problema che si è aggiunto al perdurante malessere sociale patito dai cittadini britannici per la pesante politica di austerità che si è abbattuta sulla Gran Bretagna a seguito dei disastri finanziari del 2008/2009.
Ma il colpo di grazia all’immagine dei Tory lo hanno inferto le sei settimane, tra il settembre e l’ottobre 2022, passate a Downing Street dall’iperliberista fanatica Liz Truss, che sostituì Johnson dopo le dimissioni cui fu costretto dalla rivolta dei ministri Tory contro di lui. La Truss portò letteralmente la Gran Bretagna sull’orlo della bancarotta. Presentò un taglio delle tasse di 45 miliardi di sterline che fece tremare gli investitori perché privo di reali coperture di bilancio. Gli interessi sui prestiti schizzarono verso l’alto trainando anche quelli sui mutui. La Banca d’Inghilterra dovette compiere due interventi d’urgenza. Il danno maggiore lo hanno subito i mutuatari britannici. A partire dal dicembre 2024, i mutui di cinque milioni di famiglie sono più cari di 5mila sterline all’anno. Dopo tali disastri, il povero Sunak ha potuto fare ben poco per rilanciare le sorti del partito conservatore.
Per effetto dei tanti errori compiuti dagli avversari, il leader laburista Starmer ha ottenuto la vittoria senza, praticamente, colpo ferire. Tutti i commentatori lo indicano come un tipo prudente e grigio. Nulla a che vedere con Tony Blair, che nelle trionfali elezioni del 1997 predicò la Terza Via, poi peraltro finita nelle nebbie della storia.
Nonostante tutti questi motivi di prudenza, i leader della sinistra italiana festeggiano come se avessero vinto loro. Il responsabile Esteri del Pd, Peppe Provenzano, afferma trionfante che l’esito delle elezioni in GB dimostra che la «destra si può battere». L’esponente dell’area riformista dem, Lia Quartapelle, parla di «lezione per tutti i progressisti». S’è risvegliato anche Enrico Letta, il quale afferma che la «vittoria dei laburisti è una bella indicazione per tutti». Non poteva mancare a questo coro di giubilo la voce del vecchio Pier Luigi Bersani, che scorge un «segnale di risveglio» al di là della Manica.
In fondo c’è da capirli. Questa inopinata vittoria laburista in Gran Bretagna ha fatto dimenticare per un giorno, ai progressisti nostrani, il forte vento di destra che spira in tutta Europa. Da domani sera, con i ballottaggi in Francia, si cambia musica. Vada come vada, la destra in Europa ha già vinto la sua battaglia politica. E per la sinistra ci sono profondi e seri motivi di riflessione. Altro che vento inglese…



