Biden non molla. «Devo finire il lavoro che ho iniziato», ribadisce il presidente rispondendo al fuoco di fila di domande nella conferenza stampa che conclude il vertice Nato di Washington. «Sono l’unico che può battere Trump», dice Biden, che è apparso spigliato e sicuro nel corso del lungo (e assai poco tenero) colloquio con i giornalisti. Tutti a insistere sul tasto del suo possibile ritiro. Ma il presidente tiene duro. «Sono io il più qualificato».
Nell’incontro con la stampa c’è però un convitato di pietra: la vicepresidente Kamala Harris. La possibilità che la numero 2 di Washington possa sostituire Biden nella competizione con Donald Trump per le presidenziali del prossimo 5 novembre è più volte evocata nel corso della serata. E lo stesso inquilino della Casa Bianca sembra quasi “designarla” alla sua successione. «Kamala Harris è qualificata per fare il presidente», dice in almeno due occasioni Biden, che ricorda anche come la sua vice abbia un passato da procuratore distrettuale. Quindi è un tipo tutto legge e ordine, l’ideale per contendere l’elettorato moderato a Trump. Il fatto poi di essere una donna di colore non può che attirarle le simpatie delle minoranze etniche, dai neri agli ispanici.
Se la conferenza stampa di ieri non è servita a far dichiarare la resa al vecchio Joe, è però servita a fare crescere in mondovisione la sua “giovane” vice: a ottobre Kamala compirà 60 anni, l’età giusta, se vogliamo, per diventare presidente degli Usa.
Non poteva del resto essere un summit dell’Alleanza Atlantica (in tempi di guerre e di forti tensioni internazionali) l’occasione più propizia per annunciare il ritiro di un presidente Usa dalla corsa alla sua riconferma alla Casa Bianca. Sarebbe stato un vero autogol, non solo per gli Usa, ma per l’intera Nato.
Poi non sono mancati i teatrini esilaranti, come quando, durante i lavori della conferenza internazionale, Biden s’è confuso con i nomi e ha chiamato “Putin” un imbarazzatissimo Volodymyr Zelensky che era salito sul palco per salutarlo.
Un’altra gaffe, il capo di Stato americano l’ha fatta quando ha chiamato “Trump” la sua vice Harris. Diciamo che ieri sera il vecchio Biden non era proprio in vena in fatto di nomi. E ciò non gli ha risparmiato critiche, lazzi e sberleffi sui siti web e sui social. Al punto che lo stesso presidente, visibilmente contrariato, ha affermato con sdegno che un «lapsus non può inficiare un vertice internazionale». Forse era meglio se sorvolava sul piccolo infortunio che ha coinvolto il presidente ucraino. In questo caso la toppa è apparsa decisamente peggiore del buco.
Un vero peccato per Biden, perché nel corso della conferenza stampa, come dicevamo all’inizio, il presidente è apparso duro e incisivo. Ha più volte strapazzato il “nemico” Trump, per poi riservare i colpi più duri a diversi protagonisti della politica internazionale. Di Putin ha detto che non è da prendere sul serio quando parla di pace. Alla Cina ha intimato di smetterla di aiutare la Russia se non vuole subire negativi contraccolpi economici. A Israele ha poi rivolto l’invito a non coltivare più il proposito di occupare Gaza: avrebbe soltanto da rimetterci.
Questa ostinazione a rimanere in campo non preserverà Biden dalla pressione del partito democratico per farlo ritirare. La raccolta di fondi tra i finanziatori della sua campagna è stata congelata mentre ieri ha fatto scalpore la notizia dell’invito a desistere che gli è arrivato da George Clooney, attore da sempre impegnato a sostenere il partito democratico. A qualcuno è venuto il sospetto che il divo di Hollywood accarezzi sotto sotto il proposito di correre alla nomination democratica. Non oggi ovviamente. Magari, chissà, al prossimo giro. Con l’aria che tira tra i dem, non sarebbe un’idea poi tanto strampalata. In campo repubblicano, c’è il precedente di Ronald Reagan, mediocre attore ma grandissimo presidente.
Ma Reagan è Reagan. E, al suo confronto, il povero Joe Biden pare il protagonista di una commedia brillante, un film adatto alla fase, per certi versi grottesca, che stanno vivendo gli Stati Uniti in questa fase della loro storia.



