Sta per concludersi la più controversa e accesa campagna elettorale della storia recente degli Stati Uniti. Da una parte l’incendiario tycoon Donald Trump per i repubblicani, dall’altra la coriacea Kamala Harris, attuale vicepresidente, per i democratici, che si contendono la Casa Bianca senza esclusioni di colpi, talvolta trascendendo anche sul piano dialettico: da «mentalmente instabile» (lui a lei) a «nazista» (lei a lui). Solo da mercoledì 6 novembre, a urne chiuse, scopriremo quale delle due visioni, diametralmente opposte, degli Stati Uniti e del mondo la spunterà.
Lospecialegiornale ha intervistato Amato Libero Berardi, imprenditore originario della provincia di Isernia, deputato in Italia dal 2008 al 2013 per la ripartizione America settentrionale e centrale con il Polo delle Libertà, fondatore del National Italian American Political Action Committee (Nia-Pac), per chiedergli l’umore della comunità italiana a pochi giorni dal voto. Con sede a Philadelphia, il Nia-Pac è nato nel 2012 per assistere e supportare nella loro carriera tutti i giovani italo-americani a raggiungere posizioni di prestigio in campo statale, federale e governativo. Sostiene inoltre tutte le iniziative legislative che rispondono ai bisogni della collettività italo-americana.
Presidente Berardi, vista da lontano non ricordavamo una campagna elettorale così accesa, capace di spaccare in due la società americana forse come non era mai successo. Qual è la sua valutazione?
«È vero, vivo negli Stati Uniti da oltre mezzo secolo e da molti anni sono attivo politicamente nei coordinamenti per la raccolta di fondi per il Partito repubblicano e non ricordo una campagna elettorale così rovente e aggressiva al punto da sentire quasi quotidianamente uno scambio di insulti reciproci tra i due candidati. L’elettorato si è talmente lacerato che perfino le famiglie si dividono tra Trump e Harris. Questa situazione è sconfortante».
Tra i temi trattati dai due contendenti, spesso anche all’insegna della demagogia, e in ogni caso condizionati dalle guerre in Ucraina e in Medioriente, ci sono anche quelli più cari agli americani, come l’immigrazione, l’aborto, l’ordine pubblico, il lavoro, il costo della vita?
«Fortunatamente negli ultimi venti giorni i contenuti nei comizi e nei dibattiti si sono concentrati sugli argomenti più caldi. Innanzitutto l’immigrazione, c’è molta attenzione nel Paese per questo fenomeno che non si riesce ad arginare e accresce le paure della gente. Gli americani si aspettano inoltre decisi interventi sul costo della vita aumentato mediamente del 32% negli ultimi anni, attendono per questo una riforma del regime fiscale. Vale lo stesso per l’assistenza sanitaria, che ha ormai costi insostenibili. Negli Stati Uniti ci sono più di 70 milioni di ultrasessantacinquenni che pagano fior di premi assicurativi, mentre quasi 55 milioni di cittadini sono privi di assistenza. Le do un metro di giudizio: io e mia moglie paghiamo ben 2370 dollari al mese per garantirci l’assistenza sanitaria. Da questo punto di vista, nonostante gli affanni, il modello sanitario italiano resta un riferimento assoluto».
Il cambiamento a sorpresa nella corsa alla Casa Bianca tra Joe Biden e Kamala Harris aveva improvvisamente invertito la dinamica dei sondaggi in favore della candidata democratica. Ora l’effetto è scemato, Trump sembra aver recuperato e tornato in vantaggio. Quali saranno a suo avviso gli stati-chiave della contesa?
«Secondo me Pennsylvania e Wisconsin, non sono sicuro che stavolta l’Ohio sia così decisivo o indicativo di una tendenza. In ogni caso, credo che Trump vincerà perché conquisterà la maggioranza dei grandi elettori pur perdendo il voto popolare. È già successo nel 2016»
Berardi, gli americani sono sempre poco interessati alla cronaca internazionale?
«Sempre, la verità è che gran parte della società statunitense è provinciale perché ritiene di vivere al centro del mondo ed è in qualche modo indolente rispetto a ciò che la circonda. Pensi che oltre 30% degli americani non ha il passaporto».
Da repubblicano si augura che vinca Trump, ovviamente, ma davvero è convinto che il tycoon possa cambiare l’inerzia del Paese e intervenire sulle vicende belliche in Medioriente e Ucraina?
«Ne sono fermamente convinto anche perché oltre ai rapporti diplomatici contano molto anche i rapporti personali e Trump ha dimostrato di saper coltivare relazioni efficaci con le persone chiave. È inutile girarci intorno: bisogna dialogare anche con Putin, Xi e Netanyahu. Da Trump ci aspettiamo inoltre che sappia riconquistare il ruolo di leader guida nel mondo, cosa che si è un po’ persa con Biden. Un altro auspicio è che Donald, dopo essere tornato alla Casa Bianca, sappia ristabilire un clima di concordia nazionale».
Le comunità italoamericane sono ormai ben radicate e influenti negli Usa. C’è una differenza di orientamento politico tra gli italo-discendenti e gli italiani giunti di recente nell’espressione del voto?
«Storicamente la comunità italo-americana simpatizza per il Partito repubblicano, direi al 60%. Però come comunità siamo ancora assenti dalle vicende della politica interna perché non ci impegniamo come dovremmo. Eppure la presenza italo-americana, che conta più di trenta milioni, ha regalato al Paese grandi leader in ogni segmento della società».
Berardi, come procede l’attività del Nia-Pac?
«Bene, abbiamo raggiunti grandi traguardi aiutando molti talenti della nostra comunità ad affermarsi. Siamo soddisfatti»


