Cominciano a volare le prime teste dopo l’elezione di Trump e no, non sta succedendo in America. La prima vittima di Donald è il ministro delle finanze tedesco Christian Lindner, cacciato dal governo dal cancelliere Olaf Scholz in persona, per sostituirlo con il fedelissimo Jörg Kukies, dal 2018 al 2021segretario di Stato per la politica dei mercati finanziari e delle politiche europee.
La mossa ha segnato la dissoluzione della coalizione di governo a tre partiti (socialisti, verdi e liberali), gettando il paese in un vuoto politico proprio nel momento in cui l’elezione di Trump crea incertezze sul futuro delle relazioni transatlantiche e sulle dinamiche di difesa europee. La tempistica, del resto, non potrebbe essere peggiore: con Trump che promette misure protezionistiche fino al 20% sui beni europei e un ridimensionamento dell’impegno americano nella NATO, l’Unione Europea si trova ora più vulnerabile e meno preparata a sostenere la propria sicurezza e quella economica.
Il conflitto politico che ha travolto Berlino ruota attorno a questioni di spesa: Scholz ha tentato di aumentare i fondi per la difesa e il sostegno all’Ucraina, ma Lindner ha bloccato ogni compromesso, rifiutando di sacrificare il rigore fiscale e la tenuta delle finanze pubbliche tedesche. Il cancelliere ha risposto duramente, criticando la rigida postura del suo ex ministro come un arroccamento egoistico. La Germania, di conseguenza, non solo si ritrova senza una direzione politica chiara, ma potrebbe rimanere senza un bilancio per il 2025, esponendo ulteriormente il paese ai rischi economici legati alle tensioni internazionali. Se il governo non riuscirà a ottenere il voto di fiducia programmato per gennaio, nuove elezioni potrebbero portare in primavera a un cambio di leadership, con il rischio di un protrarsi dell’instabilità interna fino all’autunno prossimo.
Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca l’ombra di una nuova guerra commerciale pesa su Berlino come non mai, come dimostrano le recenti flessioni in borsa di aziende simbolo dell’economia tedesca come BMW e Mercedes. L’Istituto Economico Tedesco (IW) ha stimato che le politiche di Trump potrebbero infliggere alla Germania una perdita economica pari a 180 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, un colpo durissimo per la prima economia europea. La dipendenza del paese dalle esportazioni, e in particolare dal mercato statunitense, rende queste minacce ancor più gravi: un’eventuale impennata delle tariffe doganali su beni come automobili e prodotti farmaceutici rischia di destabilizzare uno dei settori trainanti dell’economia tedesca.
Le ripercussioni di questa crisi politica interna e dell’atteggiamento protezionistico americano, tuttavia, non si fermano qui. L’intera Unione Europea potrebbe risentirne: una Germania debole è meno capace di sostenere il peso della leadership economica e politica nell’Unione, già minacciata dalle divisioni interne. La Francia di Macron, impegnata a mantenere una facciata di unità con i tedeschi, si trova anch’essa a navigare in acque agitate, con un clima politico instabile e un’opinione pubblica polarizzata. L’Europa si trova quindi in un momento cruciale, in cui potrebbe essere costretta a prendere scelte coraggiose: costruire una propria capacità di difesa integrata e rafforzare il mercato comune attraverso un approccio più coeso e strategico. Senza un vero passo avanti, il rischio è che l’Unione si limiti a competere internamente, indebolendo ulteriormente la propria posizione globale.
In questo contesto di fragilità, Giorgia Meloni potrebbe emergere come una protagonista inattesa. Diversamente da altri leader europei, la presidente del Consiglio italiana mantiene rapporti solidi con Bruxelles e, allo stesso tempo, con figure influenti della scena globale conservatrice, come l’ex presidente degli Stati Uniti e i leader del settore tecnologico. Meloni rappresenta dunque un potenziale ponte tra l’Europa e il nuovo ordine che si delinea oltreoceano, e potrebbe sfruttare questa situazione di crisi per ampliare la propria influenza a livello europeo, affermando l’Italia come un attore centrale negli equilibri del continente. Un compito decisamente possibile ora che i leader di Germania e Francia sono deboli come forse non lo erano mai stati da due secoli a questa parte.



