“Buio Fitto” sulla nomina del commissario italiano, ma la Meloni cala l’asso

mercoledì, 13 Novembre 2024
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Sulla vicenda della ratifica del commissario italiano nell’esecutivo di Bruxelles, basterebbe una chiosa del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, battutista consapevole: buio Fitto.

Raffele Fitto, indicato dal governo Meloni e vicepresidente in pectore, ha tenuto il suo discorso, in un inglese incerto e a tratti imbarazzate (su questo ci torneremo) suscitando qualche perplessità, soprattutto da parte dei socialisti che non intendono votarlo poiché appartiene alla famiglia dei Conservatori, mentre si registra nei suoi confronti anche la freddezza dei deputati europei del Pd. Un atteggiamento stigmatizzato dalla presidente del Consiglio secondo la quale è inconcepibile che alcuni esponenti del Pd chiedano di sottrarre al commissario italiano designato la vicepresidenza esecutiva della Commissione europea. «Vorrei sapere dalla segretaria del Pd Elly Schlein – ha aggiunto – se questa è la sua posizione ufficiale: togliere all’Italia una posizione apicale per impedirle di avere una maggiore influenza anche su settori chiave come agricoltura, pesca, turismo, trasporti e infrastrutture strategiche. Possibile che preferisca mettere il proprio partito davanti all’interesse collettivo?».

Questa vicenda dimostra i limiti cronici della classe politica italiana sistematicamente schiacciata dalle beghe nazionali, caratterizzate dall’avversione per l’avversario, sempre e a prescindere, anche a livello europeo quando invece bisognerebbe difendere l’interesse collettivo del Paese.

La questione resta aperta e il voto rischia di essere rimandato fino a quando non si riuscirà a trovare i giusti equilibri tra i gruppi politici che formano la maggioranza a Strasburgo. Nel frattempo, Fratelli d’Italia ha calato l’asso, annunciando che voterà a favore della nuova Commissione quando arriverà il momento, pur non avendolo fatto in prima battuta. Una decisione non solo per sostenere Fitto, ma anche per ricucire i rapporti con Ursula Von der Leyen.

A proposito del discorso di Fitto declinato in lingua inglese nonostante fosse possibile esprimersi nella lingua madre e fosse disponibile il servizio di traduzione, sorge una domanda. Perché la classe dirigente italiana vive sempre la sindrome del provinciale quando deve presentarsi in un consesso internazionale? Non ce ne voglia Fitto: ma perché farsi ridere addosso quando c’è la possibile di esprimersi serenamente nella propria lingua? Anche questo significa tutelare il proprio idioma a livello internazionale. Lo scrittore Pino Aprile, nel suo “Terroni”, a proposito della sudditanza dei meridionali nei confronti dei settentrionali, parlava di “educazione alla minorità”. Evidentemente vale anche per la questione linguistica. Purtroppo.

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