“Italia sotto mazzetta”, rapporto di Libera: 28 procure al lavoro per 48 inchieste e 588 indagati

venerdì, 13 Dicembre 2024
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corruzione

C’è un andazzo storico e malsano, un vero modus operandi, a cui molti italiani non sanno rinunciare, soprattutto nei momenti difficoltà: il ricorso alla mazzetta. Nel nostro Paese ci sono elargizioni, per così dire, per tutte le necessità del caso: dalla finta vaccinazione al diploma fasullo, dagli appalti alle concessioni edilizie. Il titolo scelto dall’associazione Libera per l’ultimo rapporto sul fenomeno è eloquente: “Italia sotto mazzetta”. L’associazione ha censito le inchieste per corruzione dal 1° gennaio al 31 dicembre 2024, sono 48 con il coinvolgimento di 28 procure in 14 regioni, con 588 le persone indagate. Le regioni meridionali, compreso le isole, primeggiano con 20 indagini, seguite da quelle del Centro (16) e dal Nord (12). Prima il Lazio con 10 inchieste, seguita da Campania con 9 inchieste, la Lombardia con 7, Sicilia con 5 e Puglia con 4. In queste regioni si concentra il 74% delle inchieste.

Ci sono anche mazzette più consistenti, ovviamente, che hanno facilitato l’aggiudicazione di appalti per la gestione dei rifiuti o per la realizzazione di opere pubbliche. Non mancano le inchieste per scambio politico-elettorale e quelle relative alle grandi opere. In prossimità della Giornata Internazionale contro la Corruzione che si è celebrata il 9 dicembre, Libera ha scattato una fotografia sulla corruzione nel nostro Paese nell’anno in corso. «L’istantanea – secondo l’associazione – mostra un quadro allarmante: l’avanzata senza freni della corruzione in Italia. Da Torino ad Avellino, da Bari a Pozzuoli, da Palermo e Catania, da Milano a Roma, il 2024 è un continuo bollettino di mazzette con il coinvolgimento di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti e mafiosi coinvolti in una vasta gamma di reati di corruzione».

Libera ha censito da notizie di stampa 48 inchieste su corruzione e concussione, oltre quattro inchieste al mese. Circa seicento sono le persone indagate per reati che spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso, dall’abuso di ufficio (fino a quando era in vigore) al traffico di influenze illecite. Dall’analisi delle inchieste, ancora in corso e dunque senza accertamento definitivo di responsabilità, emerge una corruzione “solidamente” regolata, ancora sistemica e organizzata.

«Si tratta – commenta Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera – di un quadro sicuramente non esaustivo, per quanto significativo. Da un lato, infatti la liberalizzazione delle procedure di appalto e l’abrogazione dell’abuso d’ufficio hanno reso più difficile l’acquisizione di elementi probatori per la magistratura; dall’altro, le forme più insidiose di corruzione si fondano oggi su una formale legittimità degli atti pubblici piegati a potenti interessi privati, cui corrispondono contropartite smaterializzate (favori, appoggi politici, etc.), o anch’esse formalmente lecite, come i finanziamenti alle campagne elettorali. Una corruzione ormai “legalizzata”, di fronte alla quale l’azione repressiva è ormai impotente.

Il 31 ottobre 2003, l’Assemblea Generale dell’Onu, in risposta al crescente fenomeno della corruzione e alla minaccia che rappresenta per la stabilità e la sicurezza, ha adottato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione, che si celebra tutti gli anni il 9 dicembre, che promuove un approccio globale e multisettoriale per prevenire e combattere il fenomeno. Questo anche in considerazione della sua dimensione transnazionale. La Convenzione, entrata in vigore nel dicembre 2005, è uno degli strumenti più innovativi ed è il primo strumento giuridico vincolante nella lotta contro la corruzione. Essa prevede misure di prevenzione e la criminalizzazione delle principali forme di corruzione. Crea una piattaforma comune che rafforza la collaborazione tra la polizia e la magistratura per l’arresto e l’estradizione dei colpevoli.

La Convenzione prevede altresì misure finalizzate al recupero dei patrimoni trafugati, le prime nella loro specificità, che obbligano i paesi a restituire capitali o beni, ottenuti attraverso atti di corruzione, al paese ai quali sono stati sottratti.

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