Sorpresa: i primi quattro paradisi fiscali sono in Europa

sabato, 18 Gennaio 2025
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paradisi fiscali

Ogni volta che si parla di paradisi fiscali, viene subito in mente qualche sperduta isola alla fine del mondo. In realtà si trovano vicini all’Italia molto più di quanto si pensi, praticamente dietro l’angolo di casa. Addirittura, un paio si trovano nel “sacro” recinto dell’Unione europea. Principato di Monaco, il Granducato del Lussemburgo, il Liechtenstein e le Channel Islands, situate nel canale della Manica: ecco i primi quattro paradisi fiscali al mondo. Solo al quinto posto troviamo le Bermuda, l’unico paradiso fiscale extraeuropeo di questa black list. Questi micro-stati hanno pochissimi abitanti, ma vantano redditi pro capite da capogiro, tra i più alti al mondo. Lo rivela l’Ufficio studi della Cgia.

In particolare, super-ricchi italiani e multinazionali che operano nel nostro Paese sono presenti soprattutto a Montecarlo e in Lussemburgo. Circa 8mila connazionali hanno deciso di trasferire la residenza nel Principato di Monaco per via delle tasse zero sul reddito e sugli immobili. Tra questi ci sono grandi imprenditori, sportivi e celebrità dello spettacolo. In Lussemburgo, invece, possiamo trovare ben sei banche tricolori, una cinquantina di fondi d’investimento, vari istituti assicurativi e molte multinazionali italiane e straniere che operano in Italia. Si stima che grazie ai super-ricchi con la residenza all’estero, alle manovre al limite delle multinazionali e dei grandi gruppi industriali che si rifugiano nei paradisi fiscali di tutto il mondo, ogni anno “sfuggono” all’erario italiano circa 10 miliardi di euro.

Quando questi elusori fanno profitti miliardari senza pagare le tasse in Italia non fanno altro che impoverirci. Le multinazionali, ad esempio, usufruiscono delle  infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade, ferrovie), ricorrono a quelle sociali (giustizia, sanità, scuola, università), sfruttano quelle immateriali (reti informatiche), senza però contribuire congruamente con le tasse. Non solo. Spesso per insediarsi in Italia queste holding usufruiscono di agevolazioni o incentivi pubblici e quando sono in difficoltà e devono affrontare situazioni di riorganizzazione aziendale ricorrono a piene mani agli ammortizzatori sociali erogati dall’Inps che, molto spesso, solo in minima parte sono state compensate dai contributi versati da questi giganti industriali. Tutto ciò fa diminuire la base imponibile su cui si applicano le aliquote fiscali e conseguentemente anche il gettito che finisce nelle casse dell’erario. Risultato? Le disuguaglianze aumentano e la povertà cresce; gli altri contribuenti devono pagare di più per servizi spesso insoddisfacenti. Ovviamente se invece tutti pagassero ciò che devono, lo Stato incasserebbe di più e la maggior parte dei cittadini pagherebbe meno: si avrebbero così maggiori risorse per aiutare chi è in difficoltà e si otterrebbe una giustizia sociale migliore.

Secondo l’Area Studi di Mediobanca, nel 2022 le società controllate dalle prime 25 multinazionali del web presenti in Italia hanno fatturato ben 9,3 miliardi, ma hanno pagato all’erario solo 206 milioni di euro di imposte. Purtroppo, non ci sono altre statistiche in grado di definire il gettito fiscale versato dalle multinazionali presenti nel nostro Paese. L’unico dato aggiuntivo in grado di fotografare con una maggiore precisone queste realtà è di fonte Istat: il numero delle multinazionali estere presenti in Italia attraverso delle società controllate ammonta a 18.434.

Le caratteristiche dei Paesi nella lista nera, da considerare paradisi fiscali, sono state definite dall’Ocse già nel 1998, in occasione della pubblicazione del rapporto “Harmful Tax Competition – An Emerging Global Issue”, nei seguenti punti: sostanziale mancanza di imposte sui redditi delle imprese costituite nei propri territori; assenza, all’interno dei rispettivi ordinamenti giuridici, dell’obbligo per le società ivi costituite di svolgere un’affettiva attività d’impresa nei relativi territori; poca trasparenza del sistema legislativo e amministrativo, che consente a determinati soggetti di beneficiare di privilegi in termini di ridotta tassazione dei redditi; assenza di meccanismi di scambio delle informazioni fiscali tra tali Paesi e gli altri stati finalizzato a garantire la potestà impositiva di questi ultimi e a combattere i fenomeni di evasione ed elusione fiscale internazionale.

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