A Milano si incontrano i cattodem per ragionare su come rinforzare il centro del centrosinistra; a Orvieto i libdem discutono su come rafforzare l’anima liberal-popolare della coalizione. Nessun altro partito, assicurano, ma secondo loro è venuto il momento per i cattolici di farsi sentire. Lospecialegiornale ha chiesto a Giuseppe De Mita, dirigente di Base popolare, la sua valutazione, da osservatore interessato, su questa nuova ventata di dinamismo dei cattolici impegnati in politica.
«Le due iniziative hanno avuto entrambe un pregio e un difetto. Il difetto è che sono nel recinto del Partito Democratico, pur avendo avuto, gli organizzatori, l’accortezza di specificare che non si sia trattato di iniziative di carattere correntizio, come malignato da qualcuno considerando che la guida del Pd è incarnata da una leader dichiaratamente di sinistra con qualche eccesso radicale. Il pregio è che hanno posto una questione sulla presenza di una cultura politica, quella popolare, capace come nessuna di guardare alle vicende dell’attualità con gli occhi della storia e per questo in grado di individuare soluzioni non solo alle politiche di governo, ma anche alla tenuta della democrazia. Il popolarismo è ancora vivo perché non ha alcuna radice di carattere ideologico e come nessuno ricerca risposte adeguate che rimettano al centro la persona. Sembra banale, ma è un concetto di grande rilievo. Il pensiero ultraliberista delle destre secondo le quali il mercato sia sempre in equilibrio e produca benessere per le comunità è fallace, mentre le considerazioni a sinistra partono da presupposti quasi manichei. Quindi più che nostalgia del passato è quasi un esercizio di futurologia, considerando la volatilità o l’astensione degli elettori e l’apatia crescente di chi va ancora a votare. Oggi segnaliamo un vuoto di rappresentanza».
La Cei guarda con simpatia agli sforzi per una rinnovata presenza dei cristiani nella vita politica del Paese pur senza fare alcun riferimento ai recenti convegni. È una sorta di appello al movimentismo dei cattolici in tutti i partiti italiani?
«Sicuramente, l’esperienza del Partito popolare, infatti, non guarda solo al mondo cattolico. C’è un principio di libertà secondo il quale ognuno percorre l’opzione politica che più gli si confà, ma ciò non prescinde dalla necessità che un pensiero politico abbia una struttura organizzata e autonoma come veicolo. Poi se avrà più o meno voti, sarà un altro discorso. Il che non esclude il dialogo con le altre realtà nella logica della coalizione, ma non quella di mettere forzatamente in unico contenitore sensibilità diverse. Tutte le esperienze del genere, a partire da quella che dato vita al Pd, non avevano alcuna originalità. A Milano pur premettendo che non c’è alcuna intenzione di creare un altro partito hanno implicitamente ammesso il fallimento dell’esperienza del Pd. Quindi se bastava un convegno per farlo emergere, si è anche sbagliato ad aspettare dieci anni per organizzarlo. E in ogni caso, aggiungo, non si può celebrare un convegno senza specificare il mezzo di attuazione di tale pensiero. Le cito il saggio di Peter Mair, politologo irlandese prematuramente scomparso, dal titolo “Governare il vuoto” secondo il quale i partiti non sono in crisi per la deriva della democrazia, ma il contrario; la democrazia è in crisi per la crisi dei partiti, che hanno perso l’antico ruolo di raccordo con la società. Con la morte dei partiti, quindi, ecco spuntare fuori le figure dei superuomini. In questa situazione di forte incertezza, la stessa Chiesa non può restare spettatrice ed evocare il continuo ricorso alla mediazione. Io a destra e a sinistra non vedo nemici, osservo purtroppo a qualche tendenza pericolosa. Quanto ai 5Stelle, sono un soggetto ibrido per eccellenza. Il suo leader, caso forse unico nella storia repubblicana, ha formato con disinvoltura il governo sia con la Lega sia col Pd. C’è sempre più bisogno allora di un soggetto che dia stabilità ed equilibrio al centro al quadro politico italiano».
Secondo lei, dunque, è ancora utile un partito di centro autonomo e soprattutto sovrano?
«Necessario per se stesso e per gli altri, per quelli con i quali potrebbe allearsi e anche per gli avversari. Aldo Moro considerava l’accordo con il Pci un patto necessario di solidarietà nazionale tra due forze che sarebbero rimaste alternative. Enrico Berlinguer invece lo chiamava compromesso storico dando un altro significato all’accordo, che considerava un mezzo per realizzare il socialismo. Il nostro è un pensiero che ci distingue, aspiriamo a un’organizzazione autonoma, che non sia il condimento di altri soggetti».
Per Rosy Bindi i cattodem e libdem in realtà hanno agende divergenti e invita perciò il possibile federatore Ruffini a guardare lontano e a pensare qualcosa di diverso per rifuggire dalle vecchie nostalgie democristiane. È d’accordo?
«Quello del federatore è, innanzitutto, un falso problema, occorre un salto di qualità per rispondere alla deriva della democrazia. Come si fa? Dando risposte nuove e originali ai bisogni del tempo presente. Don Sturzo fondò il Partito popolare per dare risposte originali al disagio sociale del suo tempo».
A che punto è il progetto di Base popolare?
«Abbiamo lasciato da tempo il porto di partenza anche se non scorgiamo ancora il punto di approdo. La settimana scorsa siamo entrati come organizzazione nel Partito polare europeo, come sappiamo perno centrale dello schema Ursula».
Ancora una volta finirà in un nulla di fatto, come dice Mastella?
«Tutto ciò che sta accadendo è lodevole per questo bisogna evitare che come in passato finisca nel nulla».
