Lo ha detto anche Giuseppe De Mita, dirigente di Base popolare, qualche giorno fa a questo giornale: «La guida del Pd è incarnata da una leader dichiaratamente di sinistra con qualche eccesso radicale». Quindi, per certi aspetti, divisiva. L’allusione alla lettura unidirezionale dei temi etici e sociali è piuttosto evidente.
Ma non è solo lui da esterno a essersi posto qualche domanda sul ruolo di garante equanime di Elly Schlein: pare che all’interno delle sempre vivaci correnti del maggior partito di opposizione si stia facendo più di qualche ragionamento sul peso dei cattolici, su quello dei liberal-riformisti, sul centro del centrosinistra, sulla sinistra senza centro, sul futuro prossimo della segretaria e sulla folla dei maggiorenti che aspirano al ruolo di federatore.
Dai convegni di Milano e di Assisi, presente il fior fiori dei leader cattolici presenti e passati, sono emersi due spunti di riflessione: c’è molto da fare nell’area moderata del Pd, che aspira ad acquisire maggior considerazione all’interno del partito, e che non ci sarà un papa straniero. La candidatura appena sussurrata di Ernesto Maria Ruffini, è già passato remoto. L’unica strada al momento percorribile è che sia il Pd a indicare un nome interno e che, ovviamente, non dovrebbe essere quello di Elly.
Che alla Schlein debba essere riconosciuto il merito di aver risollevato un partito ripiegato su stesso dopo aver vinto a sorpresa le primarie, magari un po’ troppo aperte, sull’ex governatore Bonaccini è fuori dubbio. Che poi abbia immediatamente sbilanciato il Pd su posizioni talvolta oltranziste è un altro dato di fatto. In più, dicono che non abbia carisma e che quando argomenta sembra richiamare slogan fuori dal tempo.
Eppure la Schlein chiede legittimamente di continuare il suo lavoro e fra tre anni di guardare negli occhi Giorgia Meloni per sfidarla alle politiche. Tuttavia cresce la fronda che la osserva con scetticismo, che la consiglia e la sconsiglia, che la prega vivamente di ripensarci perché il posto di candidata premier non può essere suo. «Suvvia Elly, rifletti…». Ma lei marcia spedita: «L’alternativa alla destra la stiamo costruendo tempo».
Peccato che i suoi progetti non coincidano non solo con gli influenti inquilini del Nazareno, ma anche con i possibili soci azionisti della coalizione: per Conte va bene, ma soprattutto no; per Calenda è schiacciata troppo a sinistra; per Renzi l’infatuazione è già finita.
Le voci di dentro segnalano che a Romano Prodi non sia andata giù che la Schlein si sia candidata alle Europee pur sapendo che non sarebbe andata a Strasburgo e che Graziano Delrio e Pierluigi Castagnetti, le anime del convegno di Milano, chiedono più considerazione e potere per i cattolici e quasi quasi ipotizzano una miniscissione. E poi c’è Dario Franceschini, gran mandarino di tutte le correnti e primo sostenitore della mozione Schlein, che con un’intervista a Repubblica cambia le regole del gioco, dopo aver consolidato la sua posizione di dirigente con quelle che ci sono. L’Ulivo è morto e sepolto, dice, e non avrebbe senso riesumarlo. Priorità quindi alla sostanza della coalizione. Come? Presentarsi divisi al vaglio degli elettori, ognuno con le proprie peculiarità, per poi formare l’alleanza di governo. Et voilà. A queste condizioni date, chi si immolerebbe per sostenere le aspirazioni della Schlein? Carte sparigliate di nuovo al punto di indurre il centrodestra a ripensare al caro, vecchio proporzionale.
Ma forse il più chiaro è stato Paolo Gentiloni tornato nell’agone nazionale dopo il mandato di commissario a Bruxelles: «C’è una gran voglia di pluralismo interno, trasformarlo in un attacco alla Schlein sarebbe però un errore. Ma la domanda è: abbiamo uno schieramento sufficiente? Abbiamo un profilo di governo sufficiente?». Al Nazareno e dintorni hanno già risposto: no e no.



