Perché c’è la testa di Zelensky sul tavolo di Trump e Putin

giovedì, 20 Febbraio 2025
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Da superstar mondiale ad agnello sacrificale: il destino di Volodymyr Zelensky appare ormai segnato. Tutto, certo, può ancora accadere, ma è assai improbabile che ci sarà posto per lui nel dopoguerra ucraino. Vladimir Putin lo vede come il primo ostacolo da abbattere, mentre Donald Trump non lo vuole tra i piedi.

È di questi giorni un poco amichevole scambio di battute tra il presidente americano e quello ucraino. Ha attaccato Donald affermando che Zelensky avrebbe poco consenso in patria. Ha risposto piccato Volodymyr dicendo che Trump vivrebbe in una «bolla di disinformazione russa».

Al di là di queste reciproche ruvidezze, molti indizi indicano ultimamente che il presidente ucraino è diventato un grosso ingombro sulla via dell’accordo di pace, almeno secondo il significato che Washington e Mosca intendono dare a questo termine.

Primo indizio: le parole beffarde di Sergej Viktorovic Lavrov, il quale ha detto che «Zelensky va bacchettato sulle mani». Se una vecchia volpe come il ministro degli Esteri della Russia tratta il principale nemico del suo Paese come un discolo indisciplinato vuole fare chiaramente intendere che il presidente ucraino è diventato un elemento marginale e che non va preso sul serio. Vuol dire che il clima è decisamente cambiato per Volodymyr e che il capo della diplomazia russa ha avuto la sensazione che, per la controparte americana, Zelensky non è più funzionale alla proiezione strategica di Washington verso l’Eurasia.

Secondo indizio: le dichiarazioni del capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo il quale è «irrealistico» sia l’ingresso dell’Ucraina nella Nato sia il ritorno alla situazione precedente il 2014. Su questi due punti si è sempre basata infatti l’intransigenza del presidente ucraino nel suo deciso rifiuto di scendere a compromessi con Putin per porre fine alla guerra.  Questa intransigenza di Zelensky è stata peraltro criticata senza tanti giri di parole dallo stesso Trump, il quale ha affermato che gli ucraini avrebbero potuto raggiungere da tempo un accordo con Mosca: «Siete stati là per tre anni, avreste potuto porvi fine (alla guerra n.d.r.) anzi, non avreste mai dovuto iniziarla».

Terzo e più serio indizio: la disponibilità americana ad elezioni in Ucraina tra il cessate il fuoco e un accordo di pace. È il modo migliore per liberarsi di Zelensky. E i russi non avrebbero ovviamente nulla da obiettare. Su questo punto il presidente Usa è stato esplicito: «Abbiamo una situazione in cui non ci sono state elezioni in Ucraina e c’è la legge marziale…». Trump giudica evidentemente Zelensky come  la figura meno adatta a gestire la fase della pacificazione e della ricostruzione. È evidente che per Washington (e a maggior ragione per Mosca) a guidare la politica di Kiev dovrà essere nel prossimo futuro un personaggio con un ben diverso profilo, un tipo non necessariamente malleabile ma certo un soggetto più pragmatico e assai meno assetato di gloria di quello che si è rivelato in questi tre anni l’attuale presidente dell’Ucraina.

Le cose potranno naturalmente andare diversamente e non è detto che alla fine non sorga qualche intoppo o qualche imprevisto all’accordo tra Trump e Putin. Gli unici che potrebbero mettersi eventualmente di traverso sono gli europei. Ma si tratta di una possibilità meramente teorica, vista la divisione interna e visto lo scarso peso politico-strategico che attualmente caratterizzano il vecchio continente.

Il fattore decisivo che spinge verso l’accordo Usa-Russia è però un altro: l’odore del business. In ballo ci sono soprattutto le rotte commerciali artiche che fanno gola agli Usa non meno che alla Russia e, soprattutto, alla Cina. È probabile che, dai negoziati di Riad, emerga anche il profilo dell’ordine mondiale economico prossimo venturo, un ordine assai meno “green” e assai più “fossile”. Non per niente, sia Washington sia Mosca sono grandi potenze, non solo negli armamenti, ma anche negli idrocarburi. Una volta c’era la diplomazia delle cannoniere. Presto si affermerà probabilmente la diplomazia delle petroliere. Con buona pace di Greta Thunberg e della lobby  dell’auto elettrica.

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