L’ha detto e l’ha fatto: Donald Trump ha chiuso i rubinetti verso l’Ucraina. Niente più aiuti militari. Siamo vicini alla svolta del conflitto. Volodymyr Zelenski è con le spalle al muro: senza i finanziamenti americani, le sue forze militari possono resistere solo per una manciata di settimane.
La clamorosa decisione del presidente Usa è stata anticipata dall’agenzia Bloomberg attraverso un’indiscrezione pubblicata mentre in Italia era notte. La svolta è stata decisa dopo una riunione alla Casa Bianca, cui hanno partecipato il vice presidente JD Vance, il consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, il segretario di Stato, Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth. È probabile che Trump illustri i motivi della sua scelta nel discorso che terrà oggi al congresso.
Non occorre essere fini politologi per capire i motivi che hanno spinto l’inquilino della Casa Bianca a una risoluzione tanto drastica: il tycoon vuole spingere Zelensky a sedersi al tavolo della pace accettando senza fare tante storie il cessate il fuoco con Mosca. Riassumiamo brevemente la questione, che peraltro è anche all’origine della lite in mondovisione scoppiata l’altro giorno nello Studio Ovale. Il presidente ucraino non è disponibile a fermare il conflitto se prima non riceve «garanzie»: non si fida della parola di Vladimir Putin. Opposto è l’orientamento americano: Zelensky deve accettare subito la cessazione dei combattimenti, dopodiché, in sede di trattative, verranno definite le garanzie che chiede.
Non è casuale che la decisione di Trump sia venuta dopo il vertice di Londra organizzato dal premier britannico Keir Starmer. I leader europei avevano “abbracciato” il presidente ucraino, il quale si era evidentemente ringalluzzito dopo la brutta figura di due giorni prima a Washington. A questo punto la Casa Bianca avrà temuto che Zelensky, sentendosi spalleggiato da Londra e Parigi, si sia sentito in dovere di insistere nel suo atteggiamento dilatorio. Di qui la decisione di imprimere un’accelerazione al processo di pace bloccando gli aiuti militari all’Ucraina. Che il problema, per Washington, sia proprio la posizione degli europei lo conferma di fatto la dichiarazione di una fonte della Casa Bianca a commento della scelta di Trump: «Il presidente ha detto chiaramente che è concentrato sulla pace. Abbiamo bisogno che anche i nostri partner si impegnino per raggiungere questo obiettivo. Stiamo sospendendo e rivedendo i nostri aiuti per assicurarci che contribuiscano a una soluzione».
Che faranno a questo punto i “partner” degli Usa sull’altra sponda dell’Atlantico? Nei giorni scorsi s’era parlato di un piano dell’alto rappresentante agli affari esteri, Kaja Callas, per raccogliere fondi da inviare al più preso a Kiev. Secondo alcune indiscrezioni, questa sorta di “colletta” europea potrebbe fruttare 6 miliardi di euro o giù di lì. Con l’aiuto europeo, Zelensky potrebbe andare avanti ancora per un po’ e rafforzare la sua posizione negoziale.
Ma, dopo questa ultima decisione di Trump, l’invio di fondi europei a Kiev non suonerebbe come un gesto di sfida al potente alleato di Washington? Non porterebbe a inasprire i rapporti euro-americani in un momento che è già reso difficile dall’avvio della politica dei dazi da parte dell’amministrazione Usa? Di tutto c’è bisogno, in questo momento, meno che di una spaccatura del fronte occidentale. Ed è proprio questa la prospettiva che Giorgia Meloni punta a scongiurare quando afferma (come ha fatto nel corso del vertice di domenica a Londra) che occorre evitare strappi con Washington. E ciò con buona pace della voglia di protagonismo di Emmanuel Macron.
Non conviene peraltro neanche a Kiev tenersi gli aiuti europei in disaccordo con Washington. E lo stesso Zelensky dimostra di essere consapevole che l’unica strada passa per l’intesa tra Europa, Usa e Ucraina. Così ha detto il presidente ucraino pur dopo la lite alla Casa Bianca: «Penso che il nostro legame con gli Stati Uniti continuerà: è qualcosa di più di un rapporto occasionale».
A questo punto a Volodymyr non resta che fare buon viso a cattivo gioco e sedersi al tavolo della pace, accada quel che accada. Tutti sono stanchi. Stanchi certo delle pulsioni belliciste di Putin. Ma anche dell’ostinazione di un Zelensky che sembra non aver ancora capito di aver perso la guerra. E ciò anche per colpa di chi, in passato, gli ha fatto credere che avrebbe potuto vincerla.



