Tutela del Made in Italy: sei imprenditori spiegano come si fa

sabato, 19 Aprile 2025
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Nel 2024 le esportazioni italiane hanno raggiunto il valore globale di 623,5 miliardi di Euro, secondo il Rapporto dell’Ice. I settori farmaceutico e alimentare hanno compensato le difficoltà dell’automobile e la contrazione delle esportazioni verso la Germania. Il Made in Italy, apprezzato non solo nei tre settori storici, quale moda, cibo e design, è sempre più sinonimo di garanzia di qualità dei materiali, di ingegno progettuale, di accuratezza delle lavorazioni e nell’estetica. In un periodo storico complesso, dove l’instabilità politica è predominante e le minacce dei dazi americani una certezza, la recente giornata nazionale dedicata al Made in Italy è diventata un’occasione importante per fare il punto su come questo fiore all’occhiello nazionale possa essere tutelato, per continuare a crescere e rafforzare la propria reputazione. La forza del Made in Italy, però, da sola non basta. Sei imprenditori, da Nord a Sud, raccontano il loro punto di vista.

Roberto Impero, Ceo di Sma Road Safety, eccellenza italiana a livello internazionale nella produzione di dispositivi stradali salvavita, denuncia come “la competizione straniera stia causando la vendita di prodotti a un prezzo nettamente inferiore a quello di mercato, rendendo insostenibile per i produttori nazionali stare al passo. I costi della manodopera, le normative sulla sostenibilità e la sicurezza dei lavoratori, oltre alle tasse, gravano sulla competitività del prodotto italiano rispetto a quello importato. Nel nostro paese si impiegano spesso barriere turche, albanesi o coreane, senza alcun controllo di conformità dei produttori: è sufficiente un certificato CE per poter operare in Italia. Questa mancanza di controlli più accurati danneggia inevitabilmente i produttori nazionali e consente l’installazione di barriere di qualità spesso scadente, a discapito della sicurezza di tutti gli utenti della strada.

Nel mondo dell’automazione, Paola Veglio, a capo di Brovind Vibratori S.p.A., azienda che realizza soluzioni di movimentazione industriale su base vibrante, racconta che la progettazione accurata e l’innovazione tecnologica sono le uniche armi in nostro possesso per resistere alla concorrenza estera. «Esiste una dannosa disparità nei controlli sui materiali stranieri importati rispetto a quelli applicati ai prodotti italiani esportati. Norme oggettive su sicurezza, ambiente e qualità aiuterebbero a garantire una competizione equa. Servono – spiega – una nuova narrazione sul ruolo degli operai e artigiani, valorizzando le loro competenze tecnologiche, e un maggior dialogo e collaborazione tra aziende e formazione scolastica, per sopperire alla difficolta di reperire personale altamente specializzato. Le Pmi faticano a competere con l’estero a causa dell’alto costo del lavoro e della scarsa tutela istituzionale».

Alessandro Gatti, founder di maisonFire, azienda che produce caminetti green e tecnologici, senza canna fumaria, spiega che il Made in Italy non è solo un marchio, ma un valore che racconta sia la nostra storia che il nostro futuro. Ogni prodotto creato in Italia racchiude un innato gusto e amore per la bellezza, della quale siamo circondati. «Sostenere il Made in Italy – osserva – significa investire quindi nel valore unico che solo l’Italia sa esprimere. I rigidi controlli nei processi produttivi e il costo del lavoro molto elevato sono fattori tutti italiani che in molti paesi stranieri, nostri competitor, non sussistono. Per incentivare l’export, ad esempio, auspico un lavoro più di affiancamento commerciale o di analisi del territorio/mercato di riferimento da parte delle ambasciate italiane nel mondo, cosa che accade in molti altri Paesi stranieri».

Sul fronte delle energie rinnovabili, la competitività delle aziende italiane rispetto a quelle straniere deve essere presa in esame con urgenza. «La concorrenza, soprattutto asiatica, è soverchiante per il fotovoltaico Made in Italy – afferma Daniele Iudicone, Ceo di IMC Holding ed esperto di energie rinnovabili – in particolare la manodopera asiatica, dal costo estremamente più basso, rende molto più complessa la produzione sul suolo italiano. Inserendo incentivi e sgravi fiscali per i lavoratori del settore si potrebbe rendere la lavorazione più concorrenziale. In particolare, non andrebbero messi sullo stesso piano i prodotti europei e quelli lavorati in zone in cui la tutela della manodopera è perlopiù assente».

Matteo Rivolta, Business Partner di Rifra Milano e founder di Luxury Academy ribadisce la centralità del libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, capace di generare benefici tangibili per entrambi i Paesi. «I costi si abbasserebbero, aumenterebbe la competitività delle imprese, favorendo occupazione, crescita economica, benessere condiviso e, non ultimo, stabilità internazionale. I dazi, al contrario, aumentano il rischio di recessione e incrementano il costo della vita per i consumatori statunitensi. Allo stesso tempo, queste misure protezionistiche possono danneggiare gravemente le Pmi italiane esportatrici, penalizzando le eccellenze del Made in Italy, in particolare quelle della meccanica e dell’automobile».

Fabio Maggesi, founder dello studio MepLaw, che assiste i connazionali che gestiscono business all’estero, sostiene che «il Made in Italy, in quanto prodotto d’eccellenza, risulta non replicabile e standardizzabile e si scontra con svariate limitazioni imposte dai diversi paesi stranieri. Sono necessarie linee guida chiare e immediate per aiutare gli stranieri a riconoscere il prodotto “italiano” rispetto al Fake (o fac-simile). La commercializzazione di prodotti falsi, infatti, non solo danneggia economicamente le Pmi italiane, ma impatta negativamente sulla credibilità del brand Made in Italy, con ripercussioni in termini di sicurezza, salute e perdita di posti di lavoro».

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