700 milioni di euro: così Bruxelles alza la voce… sussurrando

giovedì, 24 Aprile 2025
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700 milioni di euro. È la somma, apparentemente imponente, delle multe appena inflitte dalla Commissione europea a due dei colossi digitali più potenti del pianeta: Apple e Meta. Eppure nel mondo delle Big Tech questa cifra fa l’effetto di una pacca sulla spalla. Per capirci: nel solo primo trimestre del 2025 Apple ha generato un utile netto superiore ai 23 miliardi di dollari. Meta, nello stesso periodo, ha sfiorato i 12 miliardi. La multa comminata da Bruxelles è pari a pochi spicci rispetto al loro bilancio. E questo dice molto di dove stia — o non stia — il baricentro del potere.

Per Apple la sanzione da 500 milioni di euro arriva perché, secondo la Commissione, ha impedito agli sviluppatori di informare gli utenti su alternative più economiche all’App Store. In pratica, una violazione delle regole anti-steering previste dal Digital Markets Act (DMA), il nuovo arsenale normativo europeo pensato per tenere a bada le pratiche monopolistiche dei “gatekeeper” digitali. A Meta invece tocca una multa da 200 milioni per la sua strategia del “paga o acconsenti”: se vuoi usare Facebook o Instagram senza condividere i tuoi dati, devi pagare. Peccato che, secondo l’Europa, questo non sia un vero “consenso”.

Ma il punto centrale non è tanto cosa abbiano fatto Apple e Meta, quanto come ha reagito Bruxelles. La risposta è chiara: con grande cautela. La Commissione, che ha appena iniziato a usare il DMA come strumento sanzionatorio, ha scelto importi bassi, ben al di sotto dei margini teorici previsti (che possono arrivare fino al 10% del fatturato globale). La motivazione ufficiale? Le infrazioni sono state di breve durata. La verità più scomoda? In questo momento, l’UE non può permettersi di alzare troppo la voce.

Con i rapporti transatlantici già in tensione, e con Donald Trump che ha dichiarato guerra alle normative europee considerate troppo invasive verso le imprese americane, Bruxelles sembra voler lanciare un messaggio ambiguo: “Guardate, vi teniamo d’occhio… ma non vi vogliamo fare arrabbiare”. Una strategia che rischia però di ottenere l’effetto opposto. Perché se le multe sono troppo leggere, le Big Tech continueranno a testare i limiti del regolamento. E se le regole diventano negoziabili, allora non sono più regole: sono suggerimenti.

A Bruxelles sperano probabilmente che questa prima tornata di multe serva da avvertimento: una sorta di cartellino giallo. Ma i colossi della Silicon Valley non funzionano così. Storicamente, solo le sanzioni miliardarie — come quelle inflitte in passato ad Alphabet o Microsoft per abusi di posizione dominante — hanno costretto le aziende a cambiare rotta. E anche in quei casi i cambiamenti sono stati minimi, spesso più cosmetici che sostanziali.

Non aiuta il fatto che le indagini più controverse siano ancora pendenti. Su tutte, quella che riguarda X (ex Twitter), accusata di non combattere in modo adeguato la disinformazione. Lì Bruxelles continua a temporeggiare, forse preoccupata delle implicazioni politiche, soprattutto ora che Elon Musk si muove come un alleato di fatto della destra trumpiana.

Il rischio è che la Ue, pur disponendo ora di strumenti legislativi ambiziosi come il DMA e il DSA, finisca per usarli come strumenti diplomatici più che regolatori. È una strategia che mostra debolezza, in un momento storico in cui la sovranità digitale è un tema chiave. E la domanda, allora, è: può l’Europa permettersi di restare nel ruolo di spettatore regolatore mentre le regole del futuro vengono scritte a Menlo Park e Cupertino?

Se non vorrà essere trattata come un “mercato da spremere” piuttosto che come un attore sovrano, Bruxelles dovrà trovare presto il coraggio — e la volontà politica — di passare dalle parole (anzi dai sussurri) ai fatti.

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