Se c’è una cosa che diplomazie e mercati temono più di tutte questa cosa è l’incertezza. Ed proprio quello che, purtroppo, sta accadendo in questi giorni con Donald Trump. Dai dazi all’Ucraina, non è ancora bene chiaro quello che il presidente Usa abbia in testa. E non c’è niente di più destabilizzante per le relazioni internazionali. Più ancora del gioco del gatto col topo che pare stia oggi facendo Vladimir Putin.
Sabato scorso il tycoon mostrava scetticismo sulla reale intenzione del presidente russo di arrivare a un accordo di pace in Ucraina: «Mi fa pensare che forse non vuole fermare la guerra, mi sta solo prendendo in giro e deve essere affrontato in modo diverso». Domenica il presidente è stato poi anche più duro, tanto da intimare all’autocrate russo: «Smetta di sparare, si sieda e concluda un accordo».
Si tratta di parole forti, che fanno ritenere possibili un raffreddamento dei rapporti russo americani e una svolta nell’approccio della Casa Bianca al conflitto. Solo un giorno prima, “The Donald” era parso invece conciliante e ottimista, dicendosi convinto che Mosca e Kiev fossero «molto vicine a un accordo».
Che cosa ha fatto cambiare così drasticamente opinione a Trump nel giro di 24 ore? Di qualsiasi cosa si sia trattato, non deve aver svolto un effetto prolungato, perché ieri i toni del presidente Usa sono tornati accomodanti. L’inquilino della Casa Bianca ha detto che Zelensky è «pronto a rinunciare alla Crimea». Parole che sembrano aver avuto per la verità un qualche effetto, visto che qualche ora dopo Mosca ha annunciato la proposta di una tregua di tre giorni, dall’8 all’11 maggio. L’idea non è però piaciuta a Trump, secondo il quale la tregua deve essere «permanente» e non limitata a tre giorni. Il tycoon sembra al momento tenere il punto, ma, nello stesso tempo, non ha ancora fatto sapere quali dovrebbero essere le eventuali sanzioni che intenderebbe adottare contro Mosca.
Insomma, mai come ora siamo, con Trump, sull’altalena. La sua volontà di arrivare al più presto a un accordo sull’Ucraina è chiara, ma non lo è altrettanto il modo in cui intende arrivarci, soprattutto non è chiaro se il presidente degli Stati Uniti ha in mente un “piano B”, cioè una strategia di lungo periodo volta a inasprire i rapporti con Putin al fine di indurlo a più miti consigli.
Quello che si può dire di “The Donald” è che una delle sue armi migliori rimane l’imprevedibilità, cosa che spiazza sempre avversari, interlocutori e controparti, ma che a lungo andare può rivelarsi controproducente perché toglie autorevolezza e credibilità a chi ne fa un uso eccessivo, soprattutto se si tratta del leader della prima potenza mondiale. Un presidente Usa troppo “imprevedibile” non aiuta a rafforzare l’equilibrio internazionale.
Così ad esempio è accaduto nella questione dei dazi. La decisione di sospenderli per 90 giorni rispetto all’Europa ha avuto effetti positivi in Borsa solo nell’immediato, perché comunque rimane l’incertezza dei mercati. E non c’è niente di peggio per l’economia che la permanenza di dubbi sul futuro.
C’è da dire, tornando all’Ucraina, che il tempo non lavora né per Putin né per Trump. Non lavora per il presidente russo perché la discesa del prezzo del petrolio diminuisce le entrate russe e quindi toglie risorse all’apparato bellico di Mosca. Non è come agli inizi della guerra, quando la supervalutazione del greggio diede l’illusione che la Russia avrebbe potuto resistere all’infinito alle sanzioni. Raggiungere un accordo di pace potrebbe risultare conveniente a Putin prima di quanto non si immagini.
Per quello che invece riguarda Trump, il tempo non lavora per lui perché il presidente dovrà portare risultati concreti (a partire dalla pace in Ucraina) alle elezioni di midterm, tra un anno e mezzo. Il rischio per Trump è di perdere la maggioranza al Congresso. E non ci sarebbe niente di peggio per lui che diventare un’“anatra zoppa”, come normalmente vengono definiti i presidenti Usa che hanno il Parlamento contro.
Il paradosso è che, con i suoi continui ripensamenti, l’inquilino della Casa Bianca possa finire per destabilizzare prima di tutti se stesso.



