La missione più difficile di Papa Leone XIV: una Chiesa senza dubbio…

venerdì, 9 Maggio 2025
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Alla fine dal conclave, alla quarta votazione, è uscito il papa meno prevedibile, anche se negli ultimi giorni i media indicavano Robert Francis Prevost come possibile outsider, dopo un brillante intervento tenuto dal porporato statunitense nelle riunioni preparatorie. Ancora una volta è stato confermato che i disegni di Dio non camminano sui desideri e le aspettative degli uomini. A farne le spese il cardinale Pietro Parolin, papa sui giornali da oltre tre mesi, da quando cioè iniziò il calvario sanitario di papa Francesco. Il grande favorito è entrato in conclave papa per uscirne cardinale, ma forse lui stesso ne era consapevole proprio vedendo il suo nome tutti i giorni sponsorizzato dai media, o addirittura indicato da certe teorie complottiste come già eletto con tanto di nome pontificale.
Ma veniamo al nuovo papa. Prevost ha ringraziato Francesco, ma ha chiaramente fatto capire già dalla scelta del nome che non sarà un Bergoglio 2.0 ma che la sua sarà tutta un’ altra storia. Il nome Leone, caduto in disuso da inizio Novecento, ha un carattere tradizionalista, legato alla Chiesa della tradizione e a grandi papi che quel nome hanno portato con grande solennità; da San Leone Magno a Leone XIII il padre della dottrina sociale della Chiesa, terza via fra socialismo e liberismo economico. Un nome che sta a significare la volontà di una Chiesa senza dubbio vicina ai poveri, agli esclusi, ai deboli, ma senza la retorica della povertà. Perché la Chiesa, per stare dalla parte dei poveri, non deve necessariamente essere anche essa povera, inseguendo una narrazione tipicamente catto – comunista, ad uso e consumo di quei preti radical progressisti che considerano il potere ecclesiastico incompatibile con il Vangelo. E il nuovo papa, anche con il linguaggio dei segni, presentandosi alla folla riunita in piazza San Pietro indossando i paramenti tradizionali che Francesco al momento del suo esordio aveva invece rifiutato, ha fatto capire l’intenzione di restituire al papato la sua natura tradizionale; il che non vuole dire tornare al passato, ma guardare avanti senza svuotare di solennità, autorevolezza e prestigio la figura del pontefice che della tradizione della Chiesa è custode ed interprete Molti non hanno apprezzato il richiamo di Leone XIV alla Chiesa sinodale, ma la sinodalita’ non è un male a prescindere, va semplicemente governata e non subita, e da un figlio di Sant’Agostino non possiamo che aspettarci un percorso sinodale che non metta in discussione in alcun modo l’ autorità del papato, assecondando le aspirazioni scismatiche dell’ episcopato modernista tedesco nella pretesa di una decentralizzazione delle conferenze episcopali e la piena autonomia da Roma per ciò che riguarda gli orientamenti dottrinali e pastorali: passaggio questo che comporterebbe inevitabilmente una luteranizzazione e calvinizzazione della Chiesa cattolica svuotando il papato dell’ autorità magisteriale.
L’ elezione di Prevost è stata senza dubbio il frutto di un consenso largo che ha coinvolto le varie anime della Chiesa e questo non potrà che incidere sulle sue capacità di governo. Una mediazione non soltanto legata al dualismo conservatori vs progressisti, ma anche alla necessità di fare da ponte fra Occidente e periferie del mondo, scegliendo un papa proveniente dal Paese guida del mondo occidentale, gli Usa, con origini familiari europee, ma che ha svolto per anni il suo apostolato in una periferia del mondo come il Perù. Non si tratta di rinnegare il bergoglismo, né di buttare al macero ciò che Francesco ha costruito, ma di riunire il mondo cattolico, superando proprio lo scontro fra conservatori e progressisti che nel corso del precedente pontificato si è fortemente accentuato, complice un papa che, volente o nolente, è sembrato spesso privilegiare il dialogo con i laici e i non credenti che con i cattolici più legati alla tradizione, spesso accusati di fanatismo o puniti per il loro attaccamento alla messa in latino o a tutto ciò che nell’ ottica bergogliana puzzava di “indietrismo” o “passatismo”. E la speranza è che da un agostiniano, coerente e fedele all’insegnamento e all’ esempio del grande dottore della Chiesa arrivino pronunciamenti e dichiarazioni chiare ed inequivocabili, lontane da libere interpretazioni e soggette a fraintendimenti ed equivoci, e soprattutto non mirate unicamente a ricevere gli applausi del mondo. Il fatto che nel suo primo discorso Leone XIV abbia posto Cristo al centro, evitando autocelebrazioni o frasi politicamente corrette, sta a testimoniare la volontà di ricostruire una Chiesa “cristocentrica” fondata sull’annuncio del Cristo risorto, riportando il messaggio cristiano alla base di ogni azione della Chiesa nel mondo alla ricerca di una pace universale. Se il buongiorno si vede dal mattino possiamo guardare con ottimismo e fiducia in questo nuovo pontificato, con la speranza che papa Leone sappia realmente restituire alla Chiesa la sua funzione di guida spirituale e morale, tenendo presente che la conversione a Cristo è oggi la missione più difficile e politicamente scorretta, per una Chiesa che deve stare nel mondo senza essere del mondo e deve essere capace di aprirsi alla modernità senza subirne i diktat o snaturando la propria identità.

di Americo Mascarucci

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