Referendum niente quorum, Landini: “Abbiamo perso, ma è una base” una resa annunciata | Video

lunedì, 9 Giugno 2025
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Una resa annunciata, ma non una resa politica. Dal Centro Congressi Frentani di Roma, dove la CGIL ha seguito lo spoglio del referendum sul lavoro, il segretario generale Maurizio Landini ammette la sconfitta: “Il nostro obiettivo era cancellare le leggi sbagliate. Non abbiamo raggiunto il quorum e quindi non possiamo parlare di vittoria. Sarebbe disonesto affermare il contrario. Abbiamo perso, ma resta un dato che politicamente pesa”.

Un risultato che, al netto del fallimento dell’obiettivo formale, Landini rivendica come punto di ripartenza: “Abbiamo avuto quasi 15 milioni di persone che sono andate a votare. La stragrande maggioranza ha sostenuto le ragioni del sì. Non è solo un’idea dei 5 milioni di iscritti alla CGIL. C’è una parte consistente del Paese che condivide la necessità di cambiare e che ha scelto di partecipare”.

Referendum il quorum fallito, Landini accusa la politica

Il leader della CGIL entra nel merito della dinamica che ha caratterizzato la campagna referendaria, denunciando un clima di boicottaggio e di assenza di confronto: “Invece di discutere dei contenuti, si è scelta la strada di invitare a non votare. È venuta meno la possibilità di confrontarsi: chi aveva idee contrarie avrebbe dovuto confrontarsi nel merito, difendere le proprie posizioni e poi accettare il verdetto dei cittadini. Chi ha dato letture politiche del referendum non siamo stati noi che lo abbiamo promosso”.

Landini parla apertamente di “grave responsabilità politica” per chi ha scelto l’astensione come arma politica: “È un paradosso democratico pericoloso. Esponenti del governo, interrogati a pochi giorni dal voto, non sapevano neppure spiegare su cosa si votasse, e intanto invitavano i cittadini a non andare alle urne. Chi oggi sostiene che tutti quelli che non hanno votato erano contrari ai quesiti esagera. Sarebbe come se io dicessi che, nonostante il quorum non raggiunto, abbiamo vinto: sarei fuori di testa. Noi facciamo i conti con la realtà”.

La questione, per Landini, è più ampia e investe il cuore della democrazia italiana: “Viviamo dentro una crisi democratica profonda. Già un anno fa, nelle europee, la maggioranza degli italiani non è andata a votare. Quando metà del Paese non vota vuol dire che non si sente rappresentata da nessuno. E la crisi democratica è legata direttamente alla crisi del lavoro. I giovani sono senza diritti, vivono una precarietà senza precedenti e spesso sono costretti a lasciare l’Italia”.

Sulle polemiche relative ai costi del referendum e al mancato accorpamento con le amministrative, Landini è netto nella risposta a Tajani: “La democrazia ha un costo. Se si comincia a ragionare che per risparmiare si possa limitare il diritto di voto, siamo di fronte a un rischio gravissimo per la tenuta democratica. Noi avevamo chiesto l’election day, il governo ha scelto di non farlo”.

Niente dimissioni e rilancio

Rigettate con forza anche le ipotesi di dimissioni: “Non ci penso minimamente. Tutte le decisioni sono state prese con gli iscritti, la segreteria e il gruppo dirigente. Dobbiamo anzi approfondire e imparare da questa esperienza. Abbiamo la responsabilità di dare voce a milioni di persone. Non esiste democrazia quando il lavoro è precario e sfruttato e i giovani sono costretti a emigrare”.

Guardando al futuro, il segretario CGIL annuncia che la battaglia proseguirà su tutti i fronti: “Continueremo a batterci per cambiare leggi ingiuste: sul subappalto, sui licenziamenti, sulla precarietà. Abbiamo utilizzato il referendum come strumento, ma continueremo a utilizzare tutti gli strumenti democratici che abbiamo, nelle vertenze e nelle mobilitazioni”.

Infine, un messaggio chiaro al sistema politico: “Le leggi le fa il Parlamento, non il sindacato. Abbiamo parlato con tutti, senza appartenenze partitiche. Ora le forze politiche devono tornare ad ascoltare davvero i bisogni concreti delle persone e mettere al centro il lavoro e i diritti, superando una visione che in questi decenni ha privilegiato il mercato e il profitto sopra ogni cosa”.

Dal comitato referendario dei Frentani, insomma, esce un Landini che ammette la sconfitta formale, ma rilancia la sfida politica e sindacale, facendo del voto mancato un terreno di ulteriore mobilitazione. Da apprezzare l’ammissione della sconfitta totale, ma meno il difendere un’azione di mobilitazione fallita su tutta la linea con i principali partiti di opposizione che non sono serviti. Quando si sfrutta la mobilitazione di piazza politicizzando la si fallisce, lezione che forse la sinistra deve ancora imparare.

Il video di Landini a margine

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