Cittadinanza a metà: il flop del centrosinistra che non capisce il suo popolo

martedì, 10 Giugno 2025
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Non bastava la scarsa affluenza. Il quinto quesito referendario, quello sul dimezzamento dei tempi per ottenere la cittadinanza italiana, è stato un doppio disastro. Non solo non ha raggiunto il quorum come tutti gli altri, ma ha incassato un risultato clamorosamente peggiore rispetto ai quattro referendum sul lavoro. Il segnale politico è chiarissimo, ma il centrosinistra continua a ignorarlo, ostinandosi a parlare a un elettorato che non esiste più, o che forse esiste solo nei salotti e nei centri storici.
I numeri sono impietosi: mentre i “sì” ai referendum sul lavoro hanno viaggiato tra l’87% e l’89%, quello sulla cittadinanza si è fermato al 65,49%. Tradotto: uno su tre tra quelli che hanno votato per cambiare le leggi sul lavoro ha detto “no” alla cittadinanza più veloce agli immigrati. E non parliamo di elettori di destra. Parliamo di persone che si sono mosse nonostante l’appello all’astensione del governo, e che hanno detto sì ai diritti sul lavoro. Ma quando si è trattato di aprire la porta a una cittadinanza accelerata hanno sbattuto la porta.
Perché? Perché sanno di cosa parlano. Perché non vivono nelle ZTL, dove gli immigrati non li vedi neanche col binocolo. Vivono nelle periferie, nei quartieri popolari, in condomini con l’intonaco che si stacca e gli ascensori che non funzionano. Hanno come vicini di casa famiglie numerose che parlano lingue diverse, portano il velo o sì siedono nei parchi con il burka. E quando si parla di cittadinanza – cioè di un diritto pieno, irrevocabile, che apre anche alle catene di ricongiungimenti familiari – un pezzo d’Italia popolare e fragilissima si spaventa. Altro che razzismo: è paura di perdere il poco che resta. È la paura di un’integrazione che non è mai avvenuta, di uno Stato che già adesso non riesce a tutelare i suoi cittadini più deboli.
Eppure, per l’ennesima volta, si è tentato il referendum posticcio. Quattro quesiti sul lavoro – con un senso politico se non condivisibile almeno coerente – e uno, il quinto, del tutto fuori tema, messo lì come un cavallo di Troia ideologico. È stato Riccardo Magi di +Europa a spingerlo, seguito da un Pd sempre più disorientato, da Verdi, Sinistra, Azione e Italia Viva. Neanche il M5S ha avuto il coraggio di prendere posizione: segno che il tema brucia.
Ma la vera ferita aperta sta in casa Schlein. Se come dice lei stessa (noi abbiamo qualche dubbio) hanno votato solo elettori progressisti, allora una buona parte del suo stesso campo ha respinto la proposta. E non con l’astensione: ma andando al seggio, prendendo la scheda, e votando “no”. Questo vuol dire che anche fra gli iscritti alla Cgil, tra chi ha lottato per la dignità del lavoro, c’è chi non vuole la cittadinanza facile. Lo ha detto senza ambiguità, nelle urne.
La risposta? Sempre la stessa: ignorare, derubricare, parlare d’altro. La sinistra sembra incapace di vedere il volto vero dei suoi (in buona parte ex) elettori. Non quello delle piazze universitarie o dei profili social, ma quello di chi prende la metro alle sei del mattino per andare a pulire uffici, badare agli anziani, fare turni nei magazzini. Gente che vorrebbe vivere in pace e invece si sente dire che è “reazionaria” solo perché non vuole condividere il diritto di cittadinanza con chi neanche parla italiano e ha stili di vita del tutto alieni rispetto ai nostri (e non sembra avere molta vogli di abbracciarli).
Il referendum era chiaro, limpido, senza ambiguità: ridurre da dieci a cinque anni il tempo minimo per chiedere la cittadinanza, senza toccare altri requisiti. Alla vigilia sembrava il quesito più mobilitante. È diventato il più respinto. Perché il paese reale ha parlato, e ha detto che la cittadinanza non si regala. Nemmeno in nome di un’ideologia fuori dal tempo.

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