Uno degli sport preferiti dagli analisti di politica internazionale è capire cosa passa nella testa di Donald Trump in questi giorni. Interverrà o non interverrà a fianco di Israele contro l’Iran? È lui stesso che ha dato vita alla suspense quando ha dichiarato che potrebbe farlo o non farlo e di non avere ancora deciso.
In queste ultime ore, il presidente Usa ha per la verità allentato la tensione affermando che prenderà una decisione entro due settimane (e non nelle 24-48 ore come prima annunciato). Ma Trump ci ha abituati all’imprevedibilità e il mondo continua a pendere dalle sue labbra: quale migliore gratificazione per suo ego smisurato?
Messa così, sembra di assistere alla riedizione del “Dottor Stranamore”, film-simbolo dell’era nucleare che fu prodotto nel 1964, un anno dopo la crisi di Cuba (allora il mondo sfiorò effettivamente la guerra atomica). Interpretata da un impareggiabile Peter Sellers, la pellicola narra il fantapolitico e agghiacciante impazzimento delle élite che detengono il potere sulla “Bomba”.
La guerra e la pace mondiali dipendono al dunque da come si sveglia la mattina l’inquilino della Casa Bianca? La realtà è ovviamente ben più complessa, anche se non bisogna dimenticare che il presidente degli Stati Uniti è pur sempre il comandante supremo delle forze armate americane e che quindi, in una materia tanto delicata, il suo potere personale è decisivo.
Va da sé che, al momento, ci troviamo solo di fronte a un gigantesco psicodramma, una rappresentazione davanti al pubblico mondiale che ha portato Trump ad assurgere al ruolo di co-protagonista della guerra insieme a Benjamin Netanyahu e all’ayatollah Khamenei. Gli ingredienti “spettacolari” ci sono tutti, a partire dalla “superbomba” che verrebbe sganciata dal bombardiere strategico subsonico B-2 sull’”inaccessibile” sito nucleare di Fordow, dove l’uranio arricchito degli ayatollah è custodito a 90 metri di profondità. Al che viene da chiedersi: un colpo così micidiale, se effettivamente fosse in programma, verrebbe forse annunciato con tanta enfasi sui media globali? Lo stesso discorso vale per le due portaerei Usa che sarebbero in viaggio per il Golfo Persico: quando arriveranno? Ma soprattutto: arriveranno effettivamente?
Vale la pena aggiungere che anche dall’Iran sono arrivati annunci ad effetto, come la minaccia di chiudere lo stretto di Hormuz. Se così avvenisse, sarebbe un bel guaio per l’economia mondiale, perché da lì passa il 20% del traffico petrolifero globale. L’unico a fregarsi le mani sarebbe Vladimir Putin, perché vedrebbe il prezzo del greggio schizzare fino a 90-100 dollari al barile, circostanza che ridarebbe fiato all’economia russa e le permetterebbe di continuare a sostenere la guerra in Ucraina. Ma certo non rimarrebbe contenta la Cina, che beneficia degli “sconti” sul petrolio che le praticano gli ayatollah.
Insomma, fra Trump e Khamenei, siamo ancora alla guerra di propaganda, nella quale è in vantaggio chi la spara più grossa.
Detto questo, non dobbiamo però dimenticare che dietro gli annunci di guerra, c’è sempre la possibilità della guerra vera. Ed è da qui (e dai rischi possibili) che nasce l’amletismo del presidente, al di là degli effetti mediatici della tattica del dire e non dire.
A spingere il tycoon per un intervento risolutivo è la prospettiva di liberarsi una volta per tutte della Repubblica Islamica di Teheran, che è il principale fattore di instabilità del Medio Oriente, oltre che un ostacolo alla realizzazione dei lucrosi accordi economici che gli Usa hanno in programma con Arabia Saudita e Stati affini. E questo, naturalmente, al netto del successo politico-strategico dell’alleato israeliano.
C’è inoltre da considerare che gli Usa hanno un conto aperto con l’Iran, una vecchia questione che turba ancora la memoria americana: il sequestro del personale dell’ambasciata di Teheran avvenuto alla fine del 1979 per mano di estremisti islamici appoggiati dal regime dell’ayatollah Khomeini. Fu un’umiliazione cocente per Washington che durò per tutto il 1980 e che causò un’altra umiliazione: il disastro della Delta Force inviata da Jimmy Carter nel fallimentare tentativo di liberare gli ostaggi, un’operazione che costò la rielezione all’allora presidente Usa. Liquidare oggi il regime iraniano sarebbe un vero tonico per il nazionalismo americano, anche dopo 45 anni.
Sull’altro piatto della bilancia ci sono gli effetti politicamente devastanti di un insuccesso militare, cosa che accadrebbe se l’operazione non raggiungesse i suoi obiettivi, se il coinvolgimento Usa dovesse durare a lungo, se le forze statunitensi non riuscissero a impedire l’eventuale e catastrofica chiusura dello stretto di Hormuz. Per Trump sarebbe un colpo micidiale, che si aggiungerebbe alla caduta di immagine per la brutta figura rimediata sul fronte ucraino a causa dell’astuto gioco putiniano e per la tragicommedia dei dazi, strombazzati e non ancora, realmente attuati.
Né il tycoon deve trascurare la frattura che si potrebbe aprire nel suo stesso mondo politico. C’è infatti rischio di un rovinoso conflitto tra i falchi della sua amministrazione, che spingono per il coinvolgimento militare, e gli esponenti del suo movimento, il Maga, che vogliono invece tenere gli Usa fuori da ogni guerra e che si sono finora fidati della promessa del presidente che mai e poi mai avrebbe inviato soldati americani nelle aree di crisi del mondo. Già ora intellettuali e columnist dei due schieramenti si sfidano sui giornali, in tv e sui social media. Se tale contrapposizione si estendesse e si cronicizzasse, si potrebbe arrivare a una crisi seria della destra trumpiana.
Donald Trump può in questi giorni godersi il successo mediatico derivante dall’essere diventato protagonista di una guerra combattuta da altri. Ma, se in quella guerra dovesse realmente entrare e se le cose dovessero andare male, l’odierno successo di immagine si trasformerebbe per lui in un disastro politico, un disastro da cui il trumpismo potrebbe anche non rialzarsi più.
Non è poi tanto difficile immaginare cosa possa oggi passare per la testa di “The Donald”…



