Nelle ultime ore Donald Trump si sarebbe deciso, probabilmente compulsato da Benjamin Netanyahu, a valutare il rovesciamento del regime dell’ayatollah in Iran, pur rischiando di superare “la più rossa delle linee rosse”, secondo la citazione di un alto funzionario di Teheran. Una prospettiva che non tutti giudicano saggia, a cominciare dalla Francia, perché destabilizzerebbe ulteriormente la regione. Anche la massima autorità religiosa sciita dell’Iraq, il Grande Ayatollah Ali al Sistani, ha avvertito di possibili «conseguenze disastrose che potrebbero derivare dall’uccisione di Al Khamenei, rischiando di alimentare un caos diffuso». Parole che vengono da una guida spirituale che in passato non ha manifestato eccessive simpatie per lo stesso Khamenei, ma che lasciano intravedere i timori che un evento del genere possa infiammare le masse sciite nello stesso Iraq, che ospita basi americane, e in altri Paesi della regione. Tra questi il Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta statunitense e che nel 2011 vide una rivolta della maggioranza sciita contro la casa regnante sunnita.
Nel frattempo, la Guida suprema dell’Iran, nascosto da almeno quattro giorni in un bunker insieme alla sua famiglia, avrebbe preso decisioni concrete sulla sua successione in caso di morte, un argomento finora ignorato dai mezzi d’informazione statali iraniani, nonostante Al Khamenei abbia 86 anni. Il New York Times ha parlato di una rosa di tre nomi, che rimangono al momento segreti. Nei tre, non ci sarebbe il figlio Mojtaba, di cui si parla da anni in Iran come ispiratore di molte decisioni del padre e come possibile nuova Guida.
Si sa che Al Khamenei non sta usando alcun dispositivo per comunicare con l’esterno al fine di non essere rintracciato dal nemico. Il New York Times racconta che il religioso avrebbe vietato tutte le comunicazioni elettroniche e parlerebbe con i suoi comandanti tramite un «collaboratore di fiducia» per paura di essere assassinato come Hassan Nasrallah. Il secondo fronte della guerra, rappresentato dalle infiltrazioni del Mossad, l’intelligence d’Israele, rende paranoici tutti gli uomini della Repubblica islamica. I media di Stato lanciano un allarme alla popolazione: attenzione al rischio di tracciamento dei cellulari. Spiegano che l’esercito israeliano avrebbe sfruttato il monitoraggio dei telefoni per localizzare gli obiettivi da eliminare, come gli scienziati nucleari.
La Guida Suprema ha però fatto arrivare alla popolazione un messaggio: «La mia vita non ha alcun significato. Anche se mi uccideranno, non consideratelo una perdita, finché rimanete saldi ai principi dell’Imam Hussain. Stiamo vincendo questa guerra finché non ci inchiniamo davanti al potere e all’avidità». È un video molto condiviso dai pochi sostenitori del regime che lo postano per dimostrare a chi non ci crede, che il barbuto leader di 86 anni è un uomo coraggioso, pronto a tutto per il suo Paese. Gli oppositori rispondono con centinaia di commenti a tratti ironici, a tratti furiosi. «È così eroico che nemmeno i suoi sanno dove si trovi».
Intanto prende corpo il retroscena dell’abbandono, quasi precipitoso, di Trump del G7 canadese. Il presidente statunitense e quello turco, Recep Tayyip Erdogan, avrebbero provato a organizzare un incontro diretto a Istanbul tra funzionari Usa e dell’Iran mentre erano già in corso gli attacchi israeliani, ma il tentativo sarebbe fallito perché non si è riusciti a mettersi in contatto con l’ayatollah Ali Khamenei, nel frattempo nascostosi in un bunker per evitare di essere ucciso. A rivelarlo è il sito americano Axios, che cita tre fonti dell’amministrazione americana. Secondo le fonti, mentre si trovava al G7 in Canada, il presidente americano avrebbe ricevuto una telefonata dal presidente turco, che gli proponeva di ospitare un incontro per l’indomani a Istanbul tra americani e iraniani nel tentativo di trovare una soluzione diplomatica alla guerra. Trump si sarebbe detto d’accordo e disponibile a inviare in Turchia l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, che ha già condotto i negoziati con Teheran nelle settimane scorse con la mediazione dell’Oman, e il vice JD Vance. Addirittura Trump sarebbe stato disponibile lui stesso ad andare a Istanbul e incontrare, se fosse stato necessario per arrivare a un accordo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Tra l’altro, sostiene ancora Axios, prima ancora di ricevere la telefonata di Erdogan, il presidente americano aveva ricevuto segnali dagli iraniani sulla disponibilità a un incontro. La proposta del contatto a Istanbul è stata quindi trasmessa da Erdogan e dal ministro degli Esteri Hakan Fidan a Pezeshkian e al ministro degli Esteri Ababs Araghchi, che hanno cercato di contattare la guida spirituale iraniana per chiedere il via libera. Un tentativo fallito perché non è stato possibile raggiungere Khamenei nascosto in un bunker sotterraneo.
E così è saltato l’incontro che avrebbe potuto fermare la guerra, con Trump che su Truth social, mentre lasciava in anticipo il G7, scriveva: «L’Iran avrebbe dovuto firmare l’accordo che gli avevo detto di firmare. Che vergogna e che spreco di vite umane».



