Spesa per la difesa al 5%: accordo alla Nato. Decisione storica, l’Alleanza verso il divorzio?

mercoledì, 25 Giugno 2025
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Nato

«Quello che si è tenuto all’Aja è un summit storico per la Nato, in cui tutti insieme abbiamo deciso di alzare nei prossimi anni la quota destinata alla difesa al 5%. E questo è un segnale di forza di fronte a tutti i nostri possibili avversari. E un segnale di determinazione», dice alla stampa il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Di storico c’è sicuramente il fatto che i soci europei della Nato hanno deciso, compulsati da Donald Trump, di raggiungere la fatidica spesa del 5 per cento del Pil per la difesa entro il 2035. Vale a dire una cifra mostruosa per aggiornare arsenali e tecnologia militare per contrastare «con serietà il revisionismo russo», sempre secondo la visione di Merz.

Sta di fatto che la Nato non sarà più come quella di prima, nata nel lontano 1949, il cui peso gravava quasi esclusivamente sulle spalle degli Stai Uniti. Vista l’esultanza di Trump, «Penso che il vertice sia stato fantastico. Un grande successo», sorge il sospetto che la decisione di alzare il tetto di spesa da parte dei paesi membri faccia da prologo a un lungo, progressivo, disimpegno degli Stati Uniti. Un divorzio in piena regola.

Certo, ricordando quanto sia sensibile ai ripensamenti Trump è possibile che sia trattato di una sua personale suggestione, però va tenuta in conto e valutata in prospettiva. Naturalmente sgomberare lo scacchiere europeo per gli Usa non sarebbe semplice. Attualmente, gli Stati Uniti hanno circa 85mila militari attivi in Europa, secondo Eucom, il Comando europeo degli Stati Uniti con sede a Stoccarda. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Washington ha dispiegato 20mila soldati nei Paesi confinanti con la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina per sostenere Kiev e contenere il conflitto. La maggior parte è in Germania (40mila), Polonia (14mila), Italia (13mila) e Regno Unito (10mila), con il resto distribuito dalla Norvegia alla Turchia.

Secondo Mark Cancian, colonnello in pensione e analista del Csis, intervistato da Euronews, un ritiro ordinato richiederebbe almeno un anno. «Ogni carro armato va imballato e spedito, le famiglie devono essere trasferite, e infine i soldati stessi. Si parla di 250mila persone potenzialmente coinvolte». Ma il problema è la dislocazione. Dove andare? «Le basi americane potrebbero assorbirne al massimo 10mila. Per il resto, servirebbero anni e nuovi investimenti infrastrutturali». Per Ian Lesser, analista del German Marshall Fund, anch’egli sentito da Euronews, è poco plausibile che Trump compia una mossa tanto strategica, i cui effetti si vedrebbero solo dopo il suo mandato. «Ci ha già provato nel primo mandato, ma la resistenza interna lo ha bloccato. E anche il Congresso dovrebbe approvarlo, il che è tutt’altro che scontato».

In verità, le voci su un eventuale ritiro massiccio delle truppe americane si sono parzialmente attenuate. «La sicurezza europea è in cima ai miei pensieri», ha detto l’ambasciatore americano presso la Nato Matthew Whitaker in un recente forum a Bruxelles. «L’America ha bisogno di alleati: non possiamo fare tutto da soli. E le notizie su una riduzione della presenza militare americana non sono assolutamente fondate. Di tutto il resto discuteremo con i nostri partner».

Quindi? L’uscita di scena degli Stati Uniti è senz’altro una possibilità, uno scenario da “tenere” in agenda. Nel 2019 Emmanuel Macron dichiarò la Nato in stato di «morte cerebrale». Ma a resuscitarla ci ha pensato Vladimir Putin, che pure all’inizio del Millennio era stato accolto nel partenariato Nato-Russia. L’invasione russa dell’Ucraina ha restituito alla Nato una spinta propulsiva, con l’ingresso epocale di Svezia e Finlandia, restituendole un nemico in carme e ossa. Ma quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ha rimesso tutto in gioco.

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