Budapest Pride. Lo Stato (laicista) che decide cos’è l’amore. E Orban “orgoglioso dei figli”

domenica, 29 Giugno 2025
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Come al solito nella lettura e nell’analisi del Pride di Budapest, c’è tutto il peggio della nostra politica e relativa comunicazione.
Basta scorrere i titoli dei giornali o ascoltare le dichiarazioni dei leader, equamente ripartiti tra generali, capitani e caporali.
Una stucchevole e ridicola reiterazione della eterna guerra “guelfi-ghibellini”, dello scontro tra inconciliabili e incomunicanti opposte tifoserie a danno della verità, della autentica libertà di pensiero e della minima dialettica democratica. Domanda d’obbligo: in cosa ci distinguiamo dalle autocrazie obbligate “al” e “dal” pensiero unico dominante? Che da noi, in Italia, abbiamo due pensieri unici dominanti, quello di destra e quello di sinistra?
Sul Pride di ieri si è consumato, infatti, il solito giochetto (si legga inganno ideologico): “L’Europa dei diritti, la sfida a Orban, l’Europa migliore etc”. Per non parlare dei numeri: 50mila o 200mila? Una narrazione scontata, trita e ritrita. Come se le presenze siano rappresentative della maggioranza dei popoli. E siano la verità. E poi, pure a Teheran hanno sfilato in 200mila. Quindi?
Per il resto, abbiamo assistito a una legittima passerella, con i noti influencer internazionali (modello “Greta Thumberg”), e per l’Italia, col “campo stretto” per l’occasione ridiventato “campo largo”. Una fiction colorata e variopinta da “Isola dei Famosi”. Con le solite esibizioni sessuali e musicali “finto-euforiche-gioiose” in realtà, come crediamo, sintomo di una disperazione di massa. E’ il male attuale dell’Occidente. Di fronte a catastrofi, guerre, nucleare, povertà, il tema maggioritario sono i gay, il gender e tutte le declinazioni Lgbtq?
Vedere la Schlein, i suoi diretti collaboratori, Calenda (con i suoi distinguo dotti), ballare e comunicare felici (per la piazza), e arrabbiati contro le discriminazioni, il fascismo europeo e italiano, significa che la sinistra è a pezzi. Perdente su tutti i temi (la sicurezza, l’immigrazione, i dati dell’economia, la politica internazionale), si aggrappa ai diritti civili, all’importanza della “cancel culture”, e della cultura woke, avendo smarrito per strada i diritti sociali. E non è un caso che alle scorse elezioni, disoccupati, operai e gente minuta hanno votato per la Meloni, e i pochi garantiti, tutelati, come i pensionati e gli impiegati pubblici, hanno scelto la sinistra.
Pertanto, la premier, che aumenta il proprio consenso (i recenti sondaggi sono evidenti), con questa opposizione può dormire sonni tranquilli.
Avversare Orban è facile. Secondo chi scrive, il premier avrebbe dovuto autorizzare la manifestazione, sapendo perfettamente che si trattava di una provocazione. Orban dovrebbe conoscere la famosa “sindrome di Caino”: la vittima uccide. Questa è la strategia adottata dal mondo arcobaleno ovunque. Quando invece (altro che vittimismo), la moda, l’attuale tendenza culturale, il costume, le lobby che contano, stanno andando da decenni in un’unica direzione. Non vogliono “uno Stato che decida cos’è l’amore”? Ma di fatto, vogliono uno Stato laicista che decide proprio cos’è l’amore.
Altra domanda: al di là del conformismo, si può essere contrari alla società disegnata dai laicisti e dalle sinistre? Esiste un’altra modernità, magari antropologica, basata sulla natura, il diritto alla vita, la famiglia naturale, maschio e femmina e le identità storiche, culturali, religiose dei popoli?
Il duello tra la modernità (incarnata dalla sinistra politica, intellettuale e mediatica) e il medioevo è un dogma usato a fini meramente politici.
E i contro-manifestanti di Budapest (ipotesi), non sono “fascisti”, come simbolo del male, ma magari, cittadini che non la pensano come il Gay Pride? Altrettanto legittimati a manifestare?
E allora, in omaggio alla vera democrazia e al vero pluralismo, dobbiamo accettare pure un Orban che nel fatidico giorno ha postato una foto con i figli, scrivendo “orgoglioso di loro”. Famiglia vs “famiglie”.

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