Con l’approvazione alla Camera del monumentale disegno di legge battezzato con orgoglio trumpiano “One Big, Beautiful Bill”, gli Stati Uniti si apprestano a cambiare rotta. E non per un semplice aggiustamento di bilancio: siamo davanti a una ridefinizione della filosofia economica federale, che privilegia difesa, produzione interna e tagli fiscali, mentre ridimensiona drasticamente il welfare, la transizione energetica e persino l’idea stessa di redistribuzione. Una legge-razzo, come ha promesso lo stesso Trump, che “lancerà il Paese come un missile”, ma che rischia di lasciare a terra non pochi cittadini americani.
Il cuore pulsante della manovra è il prolungamento – stavolta permanente – dei tagli fiscali del 2017. L’aliquota per le imprese scende dal 21% al 15%, viene introdotta la piena deducibilità delle mance e dei benefit per i dipendenti, e si aprono ampie detrazioni per l’acquisto di veicoli prodotti in America. Si premia chi investe, chi assume e chi compra “americano”, in una logica di neo-protezionismo fiscale. Una pizzeria dell’Ohio potrà dedurre tutte le mance dei camerieri, una piccola azienda agricola in Kansas potrà scaricare integralmente il nuovo pickup Dodge per le consegne. Il messaggio è chiaro: il lavoro torna al centro, ma solo se crea valore visibile.
Altra gamba su cui poggia il disegno trumpiano è l’espansione della spesa militare. Oltre 150 miliardi di dollari in più al Pentagono per difesa cibernetica, programmi spaziali e nuovi armamenti. A cui si aggiungono altri 150 miliardi destinati alla sicurezza dei confini: nuove barriere fisiche, sistemi di sorveglianza, droni e centri di detenzione. La sicurezza nazionale diventa, di fatto, il primo pilastro della spesa pubblica. Una strategia che parla più a Xi Jinping che a un cittadino del Midwest: potenza prima di tutto.
Se qualcuno guadagna, qualcuno perde. E a perdere, in questa manovra, è soprattutto il welfare. Medicaid – l’assicurazione sanitaria pubblica per le fasce più deboli – subirà un taglio di quasi 1.000 miliardi in dieci anni. I buoni pasto (SNAP) saranno vincolati a requisiti di lavoro più rigidi. Le pensioni minime non saranno più adeguate automaticamente all’inflazione. Un adulto disoccupato in Texas, che prima riceveva assistenza alimentare, dovrà dimostrare di lavorare almeno 20 ore a settimana o iscriversi a un programma di formazione. Pena: l’esclusione dal programma.
Uno dei colpi più duri è riservato alla transizione energetica. Vengono cancellati i crediti d’imposta per l’acquisto di veicoli elettrici (fino a 7.500 $), sospesi i finanziamenti per pannelli solari e isolamenti termici, bloccati i fondi per l’efficienza degli edifici pubblici. Il messaggio è esplicito: il Green Deal è morto, viva il Carbon Deal. Con ricadute che si faranno sentire a lungo, anche nel mercato internazionale: mentre Europa e Cina spingono sull’elettrico e le rinnovabili, gli USA tornano a benzina e acciaio.
L’altra faccia della medaglia è il bilancio pubblico: secondo il Congressional Budget Office, la Big Beautiful Bill aggiungerà oltre 3.400 miliardi di dollari al debito federale nei prossimi dieci anni. Il tetto del debito viene alzato di altri 5.000 miliardi, e si scommette sul fatto che la crescita economica derivante dai tagli compenserà tutto. Ma non c’è un piano di rientro. Il debito/PIL supererà a breve il 135%. Le agenzie di rating osservano. I mercati tremano appena.
Questo non è solo un bilancio: è una dichiarazione ideologica. L’America di Trump torna a parlare il linguaggio della forza, della produzione, dell’autosufficienza e del capitalismo disinvolto. Chi crea lavoro viene premiato, chi ne cerca viene stimolato, chi ne resta fuori… dovrà arrangiarsi. Il sistema federale si frammenta: gli Stati più poveri dovranno coprire da soli le lacune sanitarie e sociali. Le disuguaglianze aumenteranno, così come i rischi sistemici. La bandiera americana, da oggi, pesa di più. Ma è anche più difficile da portare.

