Netanyahu atterra a Washington per l’incontro con Trump: smacco alla CPI. Hamas “Perso 80% del territorio” | Video

lunedì, 7 Luglio 2025
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Mentre Benjamin Netanyahu si prepara a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca, i colloqui indiretti tra Israele e Hamas ripresi ieri a Doha, in Qatar, si sono conclusi senza alcun risultato concreto. L’obiettivo dichiarato dei negoziati era di trovare un accordo per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e la liberazione degli ostaggi, ma le speranze sono state subito frustrate dall’assenza di un vero mandato alla delegazione israeliana.

Netanyahu vola da Trump per l’incontro , il video della partenza

Fonti palestinesi coinvolte nel dossier hanno spiegato che gli inviati di Gerusalemme non disponevano di “poteri reali” per chiudere un’intesa, contrariamente a quanto affermato nei giorni scorsi dal primo ministro israeliano, che aveva parlato di “istruzioni chiare” ai negoziatori. “La delegazione israeliana non è sufficientemente autorizzata a raggiungere un’intesa con Hamas”, hanno ribadito le fonti, aggiungendo che lo stallo mina le residue possibilità di una tregua a breve termine.

Nonostante questa paralisi, Trump ha dichiarato poche ore prima, parlando ai giornalisti, di credere in un imminente accordo: “C’è una buona possibilità di raggiungere un’intesa sul cessate il fuoco e sulla liberazione degli ostaggi già questa settimana. Abbiamo già liberato molti ostaggi e contiamo di ottenere il rilascio di un numero significativo di quelli ancora detenuti”, ha detto.

Sul terreno, intanto, la situazione per Hamas appare drammatica. Un alto ufficiale del gruppo ha rivelato alla BBC che l’organizzazione ha perso il controllo dell’80% del territorio di Gaza, con un vuoto di potere colmato da clan armati locali. “Siamo realistici: non è rimasto quasi nulla della nostra struttura di sicurezza. Il 95% della leadership è morto, tutte le figure attive sono state eliminate. Abbiamo perso l’80% del territorio”, ha ammesso, descrivendo un’organizzazione ormai allo sbando.

Nel frattempo, l’esercito israeliano ha diffuso una nota in cui rivendica l’eliminazione di diversi militanti nel nord della Striscia, la distruzione di una struttura utilizzata per pianificare attentati e il bombardamento di decine di infrastrutture sotterranee. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, i raid israeliani di questa mattina hanno provocato almeno 14 nuove vittime civili, facendo salire ulteriormente il già tragico bilancio della guerra.

Trump sfida la giustizia globale e accoglie Netanyahu sotto mandato di arresto

La tensione politica attorno al conflitto si è intensificata con il viaggio di Netanyahu oggi a Washington, dove sarà ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump nonostante il mandato di cattura internazionale emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale (CPI) per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. L’incontro di questa sera, previsto per le 18:30 ora locale, segna non solo la legittimazione di un leader sotto inchiesta per atrocità, ma anche una sfida aperta di Trump al diritto internazionale.

A rendere ancora più evidente la portata di questa provocazione è la decisione del presidente Usa di introdurre sanzioni personali contro quattro giudici della CPI, “colpevoli” – secondo Trump – di aver emesso il mandato di arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Il mandato, emesso un anno fa, riguardava anche i vertici di Hamas per i fatti del 7 ottobre, ma nei loro confronti è decaduto dopo la loro eliminazione da parte delle forze israeliane. Va ricordato che la CPI stava già indagando Netanyahu dal 2015 per possibili crimini di guerra, e che a gennaio il Senato Usa aveva annullato le precedenti sanzioni volute da Trump, ora riproposte in modo ancora più duro.

Questa ostilità ha radici profonde: né Israele né gli Stati Uniti hanno mai ratificato lo Statuto di Roma che istituisce la CPI, rifiutando così la giurisdizione della Corte sul loro territorio. Ciò consente a Netanyahu, nonostante il mandato internazionale, di circolare liberamente negli Usa, che come Israele non sono giuridicamente obbligati a collaborare con la CPI. Emblematico il recente caso dell’Ungheria di Viktor Orban, che ha ritirato la propria adesione alla Corte in occasione di una visita di Netanyahu, rafforzando l’asse dei governi che rifiutano di sottoporsi al diritto internazionale.

Il premier israeliano ha ringraziato pubblicamente Trump per aver colpito i “giudici politicizzati della CPI”, affermando che le sanzioni “difendono il diritto di Israele, degli Stati Uniti e di tutte le democrazie a proteggersi dal terrorismo”. Un’affermazione che appare surreale alla luce del bilancio di oltre 55mila morti a Gaza, di cui un terzo bambini, e dei bombardamenti che continuano a colpire Siria, Libano e Cisgiordania. L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Volker Turk, ha espresso “profonda preoccupazione” per quella che ha definito “un’azione dannosa per la buona governance e la corretta amministrazione della giustizia”, invitando l’amministrazione Usa a ritirare immediatamente le sanzioni contro i magistrati della Corte.

Se davvero l’obiettivo fosse fermare la carneficina, la scelta di ricevere Netanyahu sotto mandato di arresto e di attaccare la Corte che indaga su crimini di guerra va nella direzione opposta: rafforza l’idea che, per Trump, la legge del più forte valga più del diritto internazionale, alimentando un precedente pericoloso per la giustizia globale e il futuro delle relazioni internazionali.

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