Il paradosso di Sala: la sua Milano da bere è targata sinistra

martedì, 22 Luglio 2025
3 minuti di lettura

Milano, le mancate dimissioni di Beppe Sala fanno tirare un sospiro di sollievo al Pd. Niente elezioni antipate per Palazzo Marino, un esito che per i dem sarebbe stato catastrofico. Ma i problemi sono solo rimandati.

Il Pd dovrà innanzi tutto trovare un candidato sindaco nell’arco di due anni (si voterà nel 2027). È vero, avrebbe dovuto farlo comunque, visto che Sala, al rinnovo del  Consiglio comunale, avrà svolto due mandati. Ma la bufera giudiziaria di questi giorni è destinata a lasciare un segno profondo nella città. E poi c’è sempre il rischio di ulteriori  esiti sfavorevoli al Partito democratico. È di questi ultimissimi giorni la  notizia che nel registro degli indagati è finita anche Lucia De Cesaris, che ricopriva l’incarico di vicesindaco ai tempi della giunta di Giuliano Pisapia. I pm sembrano decisi ad andare piuttosto indietro nel tempo. E, in questi casi, potrebbe all’improvviso spuntare qualche nuovo siluro.

Altro motivo di inquietudine per il partito guidato da Elly Schlein è rappresentato dal discreto numero di scontenti che l’inchiesta della Procura porta con sé, a partire dalle imprese danneggiate dal fermo cantieri e, soprattutto, dalle “famiglie sospese”, cioè quelle migliaia di persone che non possono accedere alle case che hanno acquistato (anche attraverso onerosi mutui) a causa del sequestro di immobili e cantieri deciso dai giudici. Proprio ieri, mentre Sala proclamava la sua volontà di andare avanti come sindaco, molta di questa gente protestava in piazza della Scala contro la giunta comunale.

Ma il grande problema del Pd è la macroscopica contraddizione che è esplosa in questi giorni: la sinistra meneghina, prima con Pisapia e oggi con Sala, ha gestito la trasformazione di Milano in città a misura dei super ricchi. E tutto ciò a danno del ceto medio, della classe operaia e, “last but not least”, di chi svolge il “lavoro povero”. È una città che s’è fatta attraente per la global class costituita da manager, mediatori finanziari, businessman, operatori di moda, design, turisti di alta classe, borghesia intellettuale o delle professioni, ma che è diventata respingente per i semplici  travet, per gli autisti degli autobus, per poliziotti, vigili urbani, insegnati, infermieri, artigiani, piccoli professionisti, commercianti al dettaglio e per tutti coloro che tradizionalmente fanno girare la vita quotidiana della metropoli.

Ritorna in pompa magna la Milano da bere degli anni Ottanta, la Milano rampante che celebra oggi i suoi nuovi fasti negli incontri eleganti all’ora dell’aperitivo, alla faccia dei pendolari che devono alzarsi all’alba per andare a lavorare.

Che cosa è successo? Una cosa semplice e drammatica: il vorticoso sviluppo edilizio di questi ultimi dieci-quindici anni (i grattacieli realizzati in tempo record) ha portato a un aumento dei valori immobiliari (prezzi delle case e affitti), che sono diventati insostenibili per le tasche dei comuni cittadini. A creare questo dramma hanno contribuito grandi e  piccoli speculatori, che nelle zone interessate dagli interventi edilizi hanno acquistato appartamenti a man bassa, per poi rivenderli a caro prezzo.

Visto dall’alto, tutto questo processo ha portato la generalità dei mass media (anche vicini al centrodestra) a tessere gli elogi del “modello Milano” e della Giunta Sala, indicati come esempi di modernità, celerità ed efficienza, tanto che la città del Duomo è passata all’avanguardia delle metropoli europee.

Viste però dal basso, viste cioè dalla prospettiva dei “piccoli”, tutte queste trasformazioni hanno portato a seri aggravamenti dei bilanci familiari e all’esodo di molte famiglie verso i quartieri dormitorio dell’hinterland milanese. E tutto questo senza poi contare le crescenti difficoltà dei giovani che studiano nelle università, tutti ragazzi che non possono più permettersi un alloggio in città. Una volta Milano era una città inclusiva, una metropoli che accoglieva tutti, studenti e lavoratori dal Sud Italia. Oggi è invece una città esclusiva, che espelle i meno abbienti, e persino quelli che, minimamente abbienti, pure lo sarebbero.

A questa nuova questione sociale dobbiamo aggiungere anche una inedita questione morale, non come ai tempi di Tangentopoli, ma un problema che ci parla comunque di “padroni della città” arroganti e spregiudicati. Si tratta di gente sofisticata e “cool”, gente  dalle  importanti relazioni internazionali, una casta agli antipodi del pecoreccio Mario Chiesa, che tentò di gettare i soldi di una tangente nel water mentre suonava  al portone la Guardia di Finanza. No, i nuovi potenti milanesi agiscono a suon di consulenze e incarichi da centinaia di migliaia di euro, come s’è visto nella intollerabile commistione tra corrotti e corruttori che ruotava intorno alla Commissione Paesaggio del Comune, il centro motore dell’altolocato sistema di potere nel capoluogo lombardo.

Gli antenati del Pd milanese si staranno certamente rivoltando nella tomba: il partito della sinistra, quello che avrebbe nel suo Dna la difesa dei più poveri, è diventato il riferente politico di una borghesia rapace e prepotente.

Per il Pd, il crollo del “modello Milano” è un grande problema, anche in chiave nazionale. Se i “moderati” disposti ad allearsi con la “radicale” Schlein sono come gli amici di Beppe Sala, la futuribile alleanza di centrosinistra si ritrova in guai seri, ancor prima di vedere la luce.                   

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.