Caso Almasri, scagionata la premier. Ma lei: «Assurdo chiedere il giudizio per Mantovano e Piantedosi»

martedì, 5 Agosto 2025
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«Mi è stato notificato il provvedimento dal Tribunale dei ministri per il caso Almasri: dopo oltre sei mesi dal suo avvio, rispetto ai tre mesi previsti dalla legge, e dopo ingiustificabili fughe di notizie. I giudici hanno archiviato la mia sola posizione, mentre dal decreto desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Piantedosi e Nordio e del sottosegretario Mantovano». Giorgia Meloni incassa con un certo sollievo il provvedimento che la “scagiona”, ma non riesce a nascondere l’irritazione per l’imputazione dei ministri Nordio, Piantedosi e Mantovano. «Questo governo agisce in modo coeso sotto la mia guida. È quindi assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io, prima di loro. Il governo ha sempre preso decisioni concordate. Su tutte le questioni, comprese quelle delicate come il caso Almasri».

Dunque, archiviazione per la premier e richiesta di autorizzazione a procedere per gli altri indagati dal Tribunale dei ministri. Ma la Meloni non ci sta e contesta il provvedimento. «Nel decreto si sostiene che io non sia stata preventivamente informata e non abbia condiviso la decisione assunta e in tal modo non avrei rafforzato “l programma criminoso”. In sostanza si sostiene – prosegue la premier – che due autorevoli ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte. Tesi palesemente assurda perché a differenza di qualche mio predecessore, che ha preso le distanze da un suo ministro in situazioni similari, rivendico che questo governo agisce in modo coeso sotto la mia guida».

L’allusione, tutt’altro che velata, è rivolta a Giuseppe Conte e alla vicenda della nave Diciotti, come prontamente ricorda pure Matteo Salvini: «Alla faccia dei “non ricordo” degli smemorati Conte e Toninelli sugli sbarchi dei clandestini, avanti insieme e a testa alta», scrive il vicepremier in risposta al post social di Meloni che nel merito «ribadisce la correttezza dell’operato dell’intero esecutivo che ha avuto come sola bussola la tutela della sicurezza degli italiani».

Ma quali sono le motivazioni con le quali il Tribunale di ministri ha archiviato la posizione della presidente del Consiglio sullo spinoso caso Almasri? «Gli elementi acquisiti nel corso delle indagini – scrivono i giudici – non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna, limitatamente alla posizione della sola Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, tanto per il reato di peculato quanto per quello di favoreggiamento: la premier era informata, ma non esistono prove di una sua reale partecipazione nella fase ideativa o preparatoria del reato».

Per la vicenda del generale libico accusato di crimini di guerra, prima arrestato e poi rilasciato e rimpatriato dalle autorità italiane lo scorso gennaio, risultano quindi ancora indagati per gli stessi reati il sottosegretario Alfredo Mantovano e il ministro degli Interni Matteo Piatendosi. Il Guardasigilli Carlo Nordio, oltre che per il favoreggiamento, è accusato anche di omissione di atti d’ufficio. Il provvedimento di archiviazione notificato alla premier lascia intendere che per i due ministri e lo stesso Mantovano si apra ora la strada dell’autorizzazione a procedere al Parlamento, ovvero la richiesta di un processo. A precedere questo passaggio potrebbe essere, anche solo formalmente, l’invio degli atti dell’inchiesta alla Procura di Roma per un parere. Al momento, secondo fonti parlamentari, nessun documento sarebbe giunto alle Camere: per Mantovano e Piantedosi, non eletti in quanto mai candidati alle elezioni politiche, l’autorizzazione a procedere dovrà essere votata al Senato. Per Nordio, che invece è stato eletto, l’eventuale richiesta di autorizzazione giungerebbe alla Camera.

Nel documento inviato alla Meloni e depositato il primo agosto, emergono anche dettagli sulle modalità del suo coinvolgimento nella vicenda, sulla base delle “sommarie informazioni” rese dal direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, il quale ha riferito che «la Presidente del Consiglio era stata sicuramente Informata». Ancora, Caravelli si è limitato ad esprimere una valutazione: «Ritengo sulla base di indicazioni che mi dava il sottosegretario Mantovano, che la premier fosse d’accordo». Ma secondo il Tribunale nei confronti del presidente del Consiglio non compare alcun dettaglio o elemento valutabile circa la portata, natura, entità e finalità dell’informazione, specie sotto il profilo della sua condivisione delle decisioni adottate. Sarebbero proprio questi elementi a scagionare in primis la premier, per la quale non ci sarebbero elementi “dotati di gravità, precisione e concordanza tali da consentire di affermare in che termini e quando la Presidente del Consiglio sia stata preventivamente informata e abbia condiviso la decisione assunta in seno alle riunioni” sul caso Almasri.

Il concetto è in qualche modo ribadito dal presidente dell’Anm Cesare Parodi: «Credo che la premier Meloni sulla vicenda Almasri, come normale che sia essendo il capo del governo, si sia assunta la responsabilità politica, che non sempre coincide con quella penale. Sono due cose diverse».

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