È un vero peccato che Mosca abbia detto no all’idea di Trump di fare svolgere a Roma il fatidico incontro tra lui e Putin per definire i termini di un possibile accordo sull’Ucraina. Giorgia Meloni s’era subito detta disponibile a organizzare il summit. Anche a Volodymyr Zelensky l’idea era piaciuta. E invece è arrivata la doccia fredda di Mosca: «Niente Roma. L’Italia è troppo amica dell’Ucraina».
Un vero peccato, ribadiamo, e per più di un motivo. Innanzi tutto per l’elevato valore storico-simbolico che presenterebbe la scelta di Roma. Una pace delineata in una delle grandi capitali d’Europa avrebbe un significato politico particolarmente forte. E sarebbe anche una cosa giusta, visto che la fine della guerra in Ucraina interessa innanzi tutto ai Paesi del vecchio continente. E poi, vogliamo mettere, un conto è dire “la pace di Roma”, un altro conto è ricordare domani gli eventuali accordi russo-americani come “pace di Dubai” (gli Emirati erano stati indicati ieri come possibile sede dell’incontro). Non c’è proprio paragone. Il nome di Roma rimanda alla storia del mondo. Quello di Dubai fa pensare solo alla potenza dei petrodollari.
E poi, pensando un po’ al nostro “egoismo” nazionale, la scelta della capitale italiana avrebbe portato l’Italia per diversi giorni sulla ribalta internazionale. Immaginate soltanto la rabbiosa frustrazione di Emmanuel Macron nel vedere Roma, e non Parigi, nella veste di ombelico del mondo.
C’è però da guardare anche al bicchiere mezzo pieno. Perché, piaccia o non piaccia, la proposta di Trump di un vertice di pace nella Città Eterna è comunque un sintono del prestigio internazionale conquistato dal nostro Paese in questi ultimi anni. È il segno che l’Italia c’è. Che è dentro la scena mondiale (e in un ruolo tutt’altro che secondario). Le opposizioni possono minimizzare quanto vogliono, ma non c’è dubbio che il nuovo protagonismo italiano nel mondo è frutto delle scelte oculate operate dal governo Meloni in questi ultimi anni. Non risulta peraltro, a parte la parentesi del governo di Mario Draghi, che gli esecutivi italiani del recente passato abbiano brillato in modo particolare a livello internazionale. Basterà dire che, durante il primo mandato di Trump (tra il 2016 e il 2020) e a suggello dei rapporti italo-americani, ci sia il famoso “Giuseppi” con cui Trump chiamò Conte (all’epoca presidente del Consiglio).
Né il diniego di Putin di venire a Roma per incontrarsi con l’inquilino della Casa Bianca va visto come il sintomo di una scarsa considerazione russa dell’Italia. Il motivo vero della mancata venuta del capo del Cremlino nel nostro Paese è l’imbarazzo che si creerebbe per via del mandato di cattura nei confronti dello “zar” spiccato dalla Corte penale internazionale con la motivazione di crimini di guerra in Ucraina. In teoria potrebbe essere arrestato. E sarebbe assai probabile che un pm in cerca di notorietà mondiale gli manderebbe la polizia giudiziaria allo scopo di fargli scattare le manette ai polsi. E ciò anche con il pericolo di scatenare contro l’Italia la seconda potenza nucleare del mondo. Meglio non correre rischi, soprattutto di questi tempi. E soprattutto con queste toghe che ci ritroviamo.



