Questa fine estate non sta portando bene a Elly Schlein. La leader del Pd è in evidenti difficoltà. La sua leadership non risplende più come qualche mese fa, quando portò il suo partito a un lusinghiero risultato alle elezioni europee e quando molti pensavano che si fosse ormai impadronita del mazzo delle carte da distribuire tra le forze alternative al centrodestra al governo.
Non che, beninteso, i sondaggi le siano sfavorevoli, tutt’altro. I suoi problemi sono di altro tipo e derivano dal fatto che, pur essendo leader del più forte partito d’opposizione, Elly non riesce a imporre il suo gioco, né nei confronti dell’avversaria Giorgia Meloni né riguardo alla formazione delle futuribile alleanza di centrosinistra né, soprattutto, all’interno del suo stesso partito, dove i cacicchi di periferia (come Massimo D’Alema definì a suo tempo i ras di partito a livello locale) le stanno creando non poche difficoltà nella designazione delle candidature nelle Regionali di Puglia e Campania.
In questi giorni abbiamo visto Schlein impegnata a ribattere alla Meloni sui dati economici del Paese. Non è vero – dice Elly – che le cose vanno bene, come nell’ottimistico quadro disegnato dalla premier al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini. I lavori in Italia -secondo la leader piddina – sono precari e mal pagati, la Sanità soffre, l’industria altrettanto. Ci sarebbe da ricordare a Schlein che l’Italia politica è in realtà una sorta di oasi di pace rispetto al resto d’Europa. Basterà dire che le grandi difficoltà economiche della Francia stanno provocando la caduta dell’ennesimo governo in un anno, quello guidato dal vecchio marpione della politica transalpina Francois Bayrou.
Ma il punto vero non sta nello stabilire se Elly abbia ragione o torto nel dipingere a tinte fosche la situazione economica italiana, ma nel fatto che è costretta, per l’ennesima volta, a inseguire Giorgia sul suo terreno, nel fatto, cioè, che non è lei a dettare l’agenda del dibattito politico, nel senso che non riesce a imporre temi che mettano la leader di FdI in vera difficoltà. E poi la circostanza stessa che la segretaria del Pd sia costretta a ribattere a ciò che la premier ha dichiarato davanti a una platea di giovani la dice lunga sullo scarso coraggio e sulla scarsa fantasia che dominano nella dirigenza del Pd. E già, perché la segretaria poteva farsi invitare al Meeting e l’avrebbero sicuramente accolta a braccia aperte, anche se non di tratta certo di una piazza di sinistra. Però, in passato, i dirigenti e i leader della sinistra erano ben lieti di planare tra i saloni dei Meeting, a farsi fischiare (ma anche applaudire) dal popolo ciellino. Elly no. Elly predilige evidentemente solo le platee amiche. Ma questa circostanza non rafforza certo il suo carisma e la sua leadership nella politica italiana.
Né la situazione migliora se, dal confronto con gli avversari, ci spostiamo sui rapporti con gli alleati. Qui la situazione ristagna. Dal lato moderato, Schlein ha ottenuto solo l’appoggio di Matteo Renzi, mentre Antonio Calenda continua tenersi ben distinto e ben distante dalla sinistra. Né sembra decollare l’aggregazione di una forza di centro che si allei con il Pd. Più passa il tempo, più appare chiaro che la segretaria dem non può imporre la sua leadership all’intero centrosinistra. Ci sarebbe bisogno di un “federatore”, ma l’orizzonte è finora occupato da leader litigiosi e autoreferenziali. Non siamo più ai tempi di Romano Prodi e degli astuti dirigenti post-comunisti.
Ma le spine più dolorose per Elly vengono oggi dalla periferia. La segretaria ha risolto il problema della Campania con la candidatura a governatore del pentastellato Roberto Fico. Ma il partito è ben lungi dal ricompattarsi. Molti dirigenti esprimono il loro forte mal di pancia, a partire da Sandro Ruotolo, per l’ombra di Vincenzo De Luca (il cacicco più cacicco che ci sia) che continua a gravare sul Pd regionale. Il governatore uscente è riuscito a imporre il figlio Piero nella corsa a segretario del partito campano. Ma il lungo braccio di ferro lascia uno strascico pesante dentro il Pd. E non è certo un toccasana, per l’immagine di Elly, il fatto che si sia dovuta piegare alla volontà dei vecchi capibastone regionali.
Paradossale è poi la situazione in Puglia, dove addirittura si assiste allo scontro tra nuovi e vecchi cacicchi: Antonio Decaro insiste nel rifiutare la candidatura a governatore finché non rinunceranno a entrare in lista i vecchi governatori Michele Emiliano e Nichi Vendola. Decaro vuole partire senza condizionamenti da parte di chicchessia. Emiliano e Vendola vogliono invece far pesare le loro vecchie clientele. Dietro la rivalità personale si sta svolgendo in Puglia un grande scontro tra potentati in declino, da una parte, e potentati in ascesa, dall’altra, con Schlein che fa da spettatrice pur essendo la leader nazionale.
L’immagine del Pd in questo avvio di stagione politica è quello di un partito diviso in feudi locali con una leadership centrale che non riesce a imporre il suo gioco. Non si tratta certo di un buon viatico per le prove che attendono la Schlein nei prossimi mesi.



