
Nel febbricitante mondo dell’informatica lo si sa, lo si sussurra e lo si youtuba da molti e molti anni, eppure il fatto che la prodigiosa AI sia nata da una femmina è notizia che in tanti desta ancora stupore. O mal trattenuto orrore, per gli adepti più fanatici del settore. Quelli che adorano Madame Web peggio dei fanatici Thugs la loro dea Kali. Diversamente noti come ‘gli strangolatori’, i Thugs passarono alla storia per il loro pessimo carattere.
Ebbene, anche ai nerd più fanatici tocca rassegnarsi: il primo algoritmo dichiaratamente inteso per essere elaborato da una macchina lo concepì e lo scrisse, nel 1843, una giovane e assai graziosa nobildonna inglese, Ada Lovelace. Era figlia del celeberrimo poeta e irrefrenabile ‘poseur’ Lord Byron, che uscì drammaticamente dalla sua vita quando la bimba aveva un solo mese di vita. Sua madre, Lady Isabelle Millbanke, era una nobile e severa ereditiera assai portata per la matematica, inclinazione che, potenziata al massimo, trasmise alla figlia. Terrorizzata all’idea che la piccola venisse infettata da Poesia e Arti, colpevoli ai suoi occhi di aver pervertito Lord Byron e affondato il loro matrimonio, ebbe cura che l’educazione della precocissima Ada si svolgesse quasi unicamente sotto la tutela di insigni e rassicuranti matematici. Fortunatamente Ada e i numeri si adoravano, erano fatti l’uno per l’altra, dunque l’imposizione materna non le pesò affatto. A diciassette anni già si cominciava a parlare di lei come di un vero prodigio. Un simpatico prodigio. Adorava ballare, divertirsi, le piaceva la musica e suonare l’arpa.
Augustus de Morgan, che insegnava matematica e logica all’Università di Londra, scrisse a sua madre che la ragazza non solo sarebbe potuta diventare ‘un eccellente e originale matematico”, ma addirittura “un’eminenza di prima categoria”. Il che puntualmente accadde.
Com’è prevedibile, non mancano gli accigliati contestatori. Non le perdonano d’essere quasi universalmente riconosciuta come la prima programmatrice della storia. Ma il suo è primato che resiste. E la persona, piena di grazia oltreché di numeri, val certo la pena d’essere conosciuta assai meglio di quanto non si possa fare in poche righe.
Attualmente l’informatica, a dispetto di tale gloriosa – e remota – ascendenza femminea, è diventata, su e giù per il globo, qualcosa di molto simile a uno schizzinoso Club per soli uomini.
Veniamo alle cifre. Italia: solo il 3% dei laureati in informatica è donna. Usa: solo il 2%. Mondo: solo 9 programmatori su 100 sono donne. Buona parte di loro vive in India: è in questo Stato dalle mille sorprese che prolifera – come ci informa il sito ‘stack overflow’ – il 15% delle programmatrici mondiali.
Perché? Anche il perché si biforca nettamente in due generi. C’è quello dei maschi e quello, antitetico, delle scoraggiate (le femmine).
Nel 2005 il Signor Lawrence Sommer, nientemeno che Rettore dell’Università di Harvard, dichiarò che la causa del divario di genere nei campi scientifici era legato all’inferiorità biologica delle donne.
2005 non è un refuso.
Questo insigne Rettore, nel ventunesimo secolo, sventola ancora con abbagliante spudoratezza il vessillo del più bieco positivismo, fuori conio ormai ( ci si illudeva!) da almeno centocinquantanni.
E se si pensa a una rondine isolata che non fa primavera – magari un attempato rondinone dal volo traballante, il che invoglia al perdono -– ricredetevi. Perché in tempi più recenti un altro signore, presumibilmente più giovane (ingegnere informatico di Google) ha sostenuto, perfino su mailing list aziendale, che il motivo della scarsità di donne in ruoli tecnici e di leadership si deve, in gran parte, a cause di natura biologica. E dagli, con la biologia!
Imparentati dappresso, entrambi, col nostro Ezechìa Lombroso (prontamente rinominato ‘Cesare’ per fortuna sua). Medico, antropologo e criminologo di chiarissima fama, s’invaghì e s’avvinghiò disastrosamente a due pseudoscienze – la fisiognomica e la frenologia. Dimmi che cranio hai, e ti dirò che matto sei. O che criminale. Sua la terrifica asserzione «…il criminale è un essere atavistico che riproduce sulla propria persona i feroci istinti dell’umanità primitiva e degli animali inferiori». E’ la biologia, insomma, che ti determina e ti marchia, fin dalla culla. Criminali di allora, donne di oggi, è tutto inutile. Non c’è scampo. La biologia, la morfologia dei vostri imperfetti crani – o dei vostri genitali – vi destinano e vi decidono.
Convinto – in ottima fede – che delinquenti e assassini si nasce, per via di una difettosa conformazione fisica, Lombroso si batté con forza per l’introduzione della pena capitale nel nostro ordinamento giuridico.
Meglio tirargli il collo subito, insomma, tanto in nessun modo li si può riabilitare. La società dei normo-crani va tutelata. Fosse per lui, non avremmo ‘Guerra e pace’. E ancor meno il suo autore, Leone Tolstoi, che in base a un ritratto classificò ‘di aspetto cretinoso o degenerato’. Fortunato, Tolstoi, a nascere russo. Fosse stato italiano, rischiava di finire dritto filato in un manicomio criminale. Lombroso, comunque, si giova di un’attenuante: scrisse e delirò a metà Ottocento, un’epoca in cui una buona parte d’Europa delirava insieme a lui. Attenuante di cui non possono giovarsi né il rettore di Harvard né l’ingegnere di Google.
Circa la progressiva scomparsa delle donne dal magico cerchio dell’informatica, veniamo al ‘perché’.
Da molti anni ormai escono articoli a raffica su quotidiani e riviste statunitensi in cui giovani donne di Mountain View (sede di Google), Menlo Park (Facebook) o Sunnyvale (Yahoo!) hanno scoperchiato il vaso di Pandora.
Quello in cui si cucinano le verità nascoste sull’accaparramento di alte e meno alte posizioni da parte dei so called ‘brogrammer’. Dove brogrammer sta a significare una degenerazione ludico-sessista del vecchio nerd. Gli episodi di bullismo ai danni di giovani impiegate non si contano, e comunque l’atteggiamento prevalente nei confronti delle ‘femmine’ pare fosse quello di trattarle, se appena un po’ appetibili, come groupies. Quelle ragazzine, insomma, scalmanate e adoranti che presero a seguire le rockstar a partire dagli anni sessanta.
Un’ex dipendente di Facebook, Kate Loss, nel suo libro ‘I re bambini’ (The boy kings) racconta che nei primissimi tempi del vittorioso network si richiedeva alle impiegate, nel giorno del compleanno di Zuckerberg (il patron), d’indossare una T-Shirt con la faccia del medesimo. Omaggi che non sarebbero dispiaciuti al Divino Nerone. E neanche a Caligola. O a Commodo. Meno, forse, al più introverso e complicato Enrico VIII d’Inghilterra. Che però, al pari di quelli, non sopportava d’esser contraddetto.
A parte Caligola che diventò Imperatore a 24 anni (un senior, in questo bouquet di sovrani bambini), tutti gli altri salirono al trono pressoché imberbi. Nerone ed Enrico VIII a 17 anni, Commodo a 19. Negli ampi vestiboli della Storia ancora riecheggia l’eco dei loro fantasiosi e sanguinari capricci. Forse non fu Nerone a dar fuoco a Roma, ma matricida, uxoricida, sterminatore di cristiani e oppositori di sicuro lo fu. Fu anche piuttosto spiritoso, senza volerlo, quando entrando per la prima volta nella sua Domus Aurea ( 80 ettari) esclamò: ‘Finalmente! Ora posso cominciare a vivere come un essere umano’. Mare-a-lago, la tenuta di Trump, di ettari ne copre solo sei. Una miseria, insomma e non ditelo al proprietario, è così preso dalla Pace nel Mondo che sarebbe blasfemo disturbarlo.
Oltre all’oro, alla madreperla, ai rubini e lapislazzuli, la neroniana Domus Aurea grondava anche del sangue e delle maledizioni dei Romani più abbienti, che aveva costretto a segarsi le vene per farsi proclamare erede dei loro beni e ultimare la sua fulgida residenza.
Circa Caligola e Commodo, copiosissime le testimonianze storiche che li rappresentano come indegni, stupratori seriali di sorelle, pluriomicidi, fanatici esibizionisti nel circo (Commodo) o inesausti ideatori di crimini e supplizi come Caligola, che per di più in quanto ad allucinazioni dava la polvere alla nostra beneamata Chat GPT. Enrico VIII aveva un’alta (e sincera) idea del femminile e ciò procurò seri guai alle sue sei mogli. Quattro impalmate per sentitissimo e ricambiato amore. Incapaci di aderire a cotanto ideale, ebbero vite brevi e tribolate. A due tagliò sbrigativamente la testa, una perì tristemente in esilio, la sesta ne uscì viva per un pelo, la quarta sopravvisse allegramente e gli restò amica, perché ebbe il buon senso di non contraddirlo e farsi scaricare (legalmente) quasi subito.
Nelle epoche del ‘c’era una volta’, insomma, l’assurgere a posizioni imperiali da imberbi – o quasi – nuoceva gravemente alla salute, sia dei Re Bambini, sia dei loro dipendenti, sudditi o mogli che fossero.
E oggi? Dobbiamo preoccuparci? Cinque degli otto uomini più ricchi del mondo sono statunitensi e tutti balzati in vetta tra i 23 e i 31 anni, tranne Bezos, la tartaruga del gruppo, che era un vegliardo di 34 anni quando la sua Amazon lo rese miliardario.
Nell’ordine: 1° posto) Elon Musk; 2°) Mark Zuckerberg (Facebook); 3°) Jeff Bezos (Amazon). A qualche incollatura seguono Larry Page (Google), al 7° posto, e all’8° il suo compagno di stanza all’Università e confondatore di Google, Sergey Brin. Possiamo tranquillamente quindi, come già titolava Kate Loss, parlare di una costellazione di Re Bambini.
Che cosa stanno facendo – e faranno – di se stessi? Del mondo? Di noi?
Attualmente sembrano in preda ad acuto disorientamento. Musk, dopo la rovinosa e costosissima sbandata per Trump, ha rinunciato per fortuna sua e di tutti noi al varo del suo vendicativo ‘terzo partito politico’, concepito nel fumigante rancore del divorzio. Tornerà a covare le sue grandi e belle aziende, Tesla, soprattutto, che ha sofferto alquanto per il clamoroso tradimento. E SpaceX, che qualche giorno fa ha concluso con successo il decimo test di Starship, veicolo progettato dall’azienda per le future missioni verso Luna e Marte.
In uno dei copiosissimi video YouTube che Elon sta indirizzando a un immaginario Tu, apprendiamo – tra l’altro– che ha scoperto di essere mortale. Meglio tardi che mai, certo. Comunque la cosa gli rincresce e lo preoccupa. C’è sempre una certa quota d’innocenza, a mio avviso, in queste sue non troppo calcolate esternazioni. E ho riscontrato più volte che sono proprio gli imprenditori, anche quelli di medio e piccolo calibro, ad arrivare fino ai cinquantacinque – lui ne ha 54 – senza quasi nessuna cognizione della propria finitezza di creatura mortale. Forse perché troppo coinvolti dal fare, dal penare, dal competere, dal vincere, dal cadere, dal rialzarsi, dal celebrare Urbi et Orbi il proprio Trionfo. Del tutto coinvolti, travolti – e sedotti – dal fumoso imbroglio della materia. Bene, abbiamo un Musk mortale. Vale a dire umano. Non è una cattiva notizia. Ogni accrescimento di coscienza in ognuno di questi Re Bambini andrebbe salutato con salve di gioia.
Peccato che l’Argento e il Bronzo di questa trinità di Eccelsi (Zuckerberg e Bezos) non diano segni di analoghi sussulti d’autocoscienza. Ma dal momento che non manifestano alcuna disposizione verso il matricidio, l’uxoricidio o a lanciare nelle fauci di leoni affamati e furibondi chiunque dissenta da loro, possiamo ritenerci fortunati. Per ora.
Certo è che durante il coup-de-foudre dell’uomo più ricco del mondo (Musk) col più potente (Trump) qualche sano brivido, ammettiamolo, ha percorso le nostre sensibili schiene. L’improvviso abbraccio tra uno strabiliante potere finanziario e un altrettanto strabiliante potere politico, se fosse durato, poteva generare, nel bene e nel male, deflagrazioni di potenza inaudita. Un po’ come la scoperta della fissione nucleare: sai dove cominci (un tranquillo laboratorio), ma non sai dove finisci (Hiroshima, Nagasaki).
E invece lo sai…
Lo sapeva Lise Meitner, una fisica viennese assai nota nella società scientifica di allora, stimatissima da Einstein che la definì ‘ Marie Curie tedesca’ , e di cui quasi tutti oggi ignorano il nome. Fu la prima a fornire l’esatta interpretazione del processo di fissione nucleare. Anche la scissione dell’atomo, quindi, ha un padre femmina.
‘Non voglio aver nulla a che fare con una bomba’, disse ai Grandi di Los Alamos che cercarono subito di reclutarla. Un bel ‘no’, alto e chiaro. Se non ricordate ‘Oppenheimer’, Los Alamos è quella cittadina del Nuovo Messico dove il Gotha della fisica antinazista stava alacremente lavorando alla costruzione della prima arma atomica.
Quel ‘no’ di Lise Meitner, nei negletti campi dell’etica dovrebbe rimbombare non meno dell’arma iperletale che rifiutava.
A quei tempi la Meiten, oppressa dal doppio handicap d’esser donna ed ebrea nella Germania di Hitler, si trovava in Svezia. Era riuscita fortunosamente ad approdarvi, con l’aiuto di amici ed estimatori. Sopravviveva malamente, come tanti refugées. Soldi, pochissimi. Vitto scarso, alloggi di fortuna, in un paese di cui parli a malapena la lingua. 60 anni, 45 chili, disturbi vari per i decenni passati a contatto con sostanze radioattive. Soprattutto, soffriva acutamente d’esser tagliata fuori dai contatti con la comunità scientifica. Los Alamos avrebbe significato, per lei, il Paradiso. Avrebbe lavorato fianco a fianco coi maggiori fisici del tempo – Oppenheimer, Fermi, Hans Bethe, Isaac Rabi, Ernest Lawrence, Edward Teller, Leo Szilard, Seth Neddermeyer, Richard Feynman, Eugene Wigner, Niels Bohr. Da tutti conosciuta e stimata. Ci volle dunque dell’eroismo, a rifiutare.
Quel ‘NO ALLA BOMBA’ della Meiten non molto tempo dopo, fu seguito da un ‘sì’ clamoroso. Per non dire agghiacciante. Quello dei quattro maggiori responsabili scientifici del Progetto Manhattan: Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence. Convocati frettolosamente dal neo-eletto Presidente Truman, nel 1945, come Commissione Consultiva, da affiancare a un Comitato da lui nominato, per decidere cosa fare con le bombe. La Germania si era arresa incondizionatamente il 7 maggio, la giustificazione ideologica alla base del progetto Manhattan veniva quindi a cadere. Un buon numero di scienziati abbandonò il progetto. E la Bomba.
Non i 4 Cavalieri dell’Apocalisse della Commissione consultiva (Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence). Così decretarono, di comune accordo col Comitato, il 1° giugno del ’45 :
1) la bomba dovrà essere usata contro il Giappone al più presto; dovrà essere usata su di un doppio bersaglio, cioè su installazioni militari o impianti bellici circondati o adiacenti ad abitazioni;
2) dovrà essere usata senza preavviso sulla natura dell’arma.
Good morning, Hiroshima.
Perché mai allora la Meiten, poco tempo prima, si esibì in quel suo bizzarro ‘No alla bomba’?
Il rettore di Harvard e l’ingegnere informatico di Google ci vengono in soccorso, loro la risposta la sanno: era una donna,no? E dunque fu senz’altro a causa della sua inferiorità biologica.




Interessante ed esauriente come sempre.
La Wittig ci “colpisce” con una infinita serie di informazioni e dati storici sconosciuta ai più. Grazie.
Grazie mille. Un bellissimo articolo che avevo perso, ma che sono ben contento di aver ritrovato. Molto interessante la planata sui vari personaggi di ieri e di oggi.