Da inviato di guerra a “tele-devoto”: parabola di Emilio Fede, il primo vero anchorman italiano

mercoledì, 3 Settembre 2025
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Emilio Fede

Da “invidiato speciale” a “sciupone l’africano” fino alla tele-devozione per Silvio Berlusconi. Ma non c’è soltanto questo nella parabola professionale di Emilio Fede, mancato ieri a Milano. Non si può negare che Fede, già direttore del Tg1 e del Tg4 per dieci anni, sia stato un cronista di razza. Prima del suo rapporto strettissimo col cavaliere, maturato alla guida delle testate giornalistiche di Mediaset, ha fatto parte di quella schiera, autorevolissima, di cronisti che hanno caratterizzato i programmi Rai almeno fino alla riforma dell’azienda del 1976. In uno dei numerosi messaggi di cordoglio Enrico Mentana, a lungo direttore del Tg5, lo riconosce pubblicamente: «Se ne è andato Emilio Fede, e tanti, anche solo per ragioni di età, ne ricorderanno solo il crepuscolo professionale e giudiziario. Sarebbe sommamente ingeneroso. Emilio Fede, vent’anni prima di Berlusconi e del Tg4, era già l’anchorman più conosciuto dei tg italiani. L’ho incontrato al Tg1 nel 1980, e le nostre vite professionali si sono intrecciate a più riprese. L’ho avuto anche come direttore nel 1982, un’era geologica fa. Facemmo poi, nello stesso gruppo, telegiornali completamente diversi, ma con gli occhi di oggi potrei dire che sdoganò un genere oggi ampiamente diffuso, quello dei programmi giornalistici apertamente schierati. Umanamente, anche quando eravamo molto distanti per scelte professionali, non fu mai sleale. Il resto è storia che abbiamo raccontato negli ultimi 15 anni».

Novantaquattro anni compiuti nello scorso giugno, Fede si è distinto come conduttore e poi inviato di guerra nei primi anni della Rai fino, in tempi più recenti, all’annuncio dell’avvio dell’operazione Desert Storm e a quello dell’attacco alle Torri gemelle. Fino al clamoroso divorzio da Cologno Monzese. Fede ha vissuto il crepuscolo, come accennato da Mentana, segnato da una pesante vicenda giudiziaria che lo ha portato tra l’altro nel 2019 alla condanna definitiva nell’ambito del processo Ruby Bis, per aver favorito la prostituzione di alcune ragazze spinte a partecipare alle cene del famoso “bunga bunga” nelle residenze di Silvio Berlusconi, una pena scontata prima agli arresti domiciliari e poi ai servizi sociali. Tra le sue ultime apparizioni in pubblico, quella del 14 giugno 2023 ad Arcore, per i funerali di Silvio Berlusconi al quale rivolse l’estremo saluto: «È stato la mia vita».

Caparbio, criticato e osannato, lanciò un personalissimo stile nella conduzione, tra notizie e commenti orientati, che provocò polemiche, sanzioni dell’Agcom e satira. Originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1931, si trasferì  con la famiglia a Roma dopo la guerra, cominciò l’attività da giornalista nella carta stampata, collaborando con Il Momento – Mattino di Roma e poi con La Gazzetta del Popolo a Torino. Nel 1954 iniziò la sua esperienza a Viale Mazzini dove verrà assunto nel 1961. Inviato speciale in Africa per otto anni, documentò il periodo della decolonizzazione e dell’inizio delle guerre civili. Negli annali finì la sua inchiesta sull’uso di un farmaco per gonfiare la carne, la famosa bistecca agli estrogeni.

Nel 1964 sposò Diana De Feo, figlia dell’allora vicepresidente della Rai, dalla quale avrà due figlie, Simona e Sveva. Lavorò con Sergio Zavoli a Tv7, approdando alla conduzione del Tg1. E’ sotto la sua guida che il tg della rete ammiraglia seguirà in diretta i fatti di Vermicino e gli inutili tentativi di salvare la vita al piccolo Alfredino scivolato nel pozzo artesiano, una tragedia che in qualche modo segnerà la nascita della tv del dolore.

Coinvolto in una vicenda di gioco d’azzardo, passione della quale non seppe mai liberarsi («Ricordo che nelle settimane libere andava in giro per l’Italia perché era un grande appassionato giocatore di poker. In redazione, lui e due suoi amici si riunivano per decidere dove andare a giocare la volta successiva», ricorda Vespa) finita poi con l’assoluzione nel 1987, lasciò la Rai, per approdare a TvA e poi, nel 1989, alla Fininvest, alla corte di Silvio Berlusconi al quale farà sempre professione di assoluta fedeltà. È il 16 gennaio 1991 quando Fede dà la notizia in diretta, per primo, dell’attacco americano a Baghdad. Lui stesso crea la scenografia, qualche minuto prima di andare in onda: lo sfondo del deserto, una maschera antigas e alcuni soldati. Qualche giorno dopo un altro annuncio scoop, la cattura dei piloti italiani Bellini e Cocciolone. “La prima indicazione che diedi ai miei collaboratori fu ‘mi raccomando, non copiate i tg della Rai’ – avrebbe ricordato -. Volevo qualcosa di diverso, innovativo, più diretto, rispetto ai telegiornali paludati della Rai”. Di qui la conduzione in piedi, lo stop al gobbo, lo spazio all’informazione regionale, le ‘meteorine’.

Nel 1992 passò alla guida del Tg4: l’anno di Mani Pulite lo vede protagonista, con Paolo Brosio collegato dal Palazzo di Giustizia di Milano, protagonista di esilaranti collegamenti-gag che in altri tempi avrebbero fatto impazzire i social. Celebri anche – grazie a Striscia la Notizia – i suoi fuori onda con le sfuriate contro giornalisti e tecnici del tg.  Dopo una prima cacciata nel 2010, rientrata per intercessione del Cavaliere, Fede lascia definitivamente Mediaset nel 2012, dopo l’esplosione di un nuovo scandalo con l’accusa di aver esportati capitali in Svizzera, e viene sostituito alla guida del Tg4 da Giovanni Toti. Su uno degli strascichi giudiziari di quella vicenda ha messo la parola fine nel 2021 la Cassazione, confermando a carico di Fede la condanna per tentata estorsione nell’ambito del processo per il fotoricatto nei confronti di Mauro Crippa, il direttore generale dell’informazione di Mediaset, da lui individuato come principale responsabile del suo licenziamento da Cologno Monzese.

Accanto all’esperienza politica – dalle candidature negli anni ’80 nelle file del Psdi alla fondazione dei movimenti “Vogliamo vivere” e “Le ali della libertà” non si può non citare il Fede scrittore: tra i suoi libri, “Finché c’è Fede”, “Privé. La vita è un gioco”, “L’invidiato speciale”, “La foglia di fico”, “Samba dei ruffiani”, “La cena dei cretini” fino all’emblematico “Se tornassi ad Arcore. Bilancio di una vita da direttore” e ad “Africa. Storie di un inviato speciale”. Al cinema recita in un cameo nel ruolo di sé stesso in Paparazzi di Neri Parenti (1998). Lascia le due figlie Simona e Sveva.

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