Cosa ci facevano due turchi armati fino ai denti in un anonimo b&b di Viterbo proprio nel giorno dedicato ai festeggiamenti della patrona della città con l‘attesa sfilata della Macchina di Santa Rosa? Non erano lì per sparare all’impazzata o per preparare un attentato, come temuto in un primo momento, ma l’ipotesi è che, legati alla rete criminale del boss turco Boris Boyun, avessero intenzione di farlo evadere dal carcere.
Il blitz della Digos è scattato poco dopo le 14 di mercoledì, mentre i facchini erano impegnati nel tradizionale giro delle chiese. A far scattare l’allarme sarebbe stata la segnalazione dei gestori del b&b, ubicato in via Santa Rosa, nel tratto finale del percorso della Macchina, insospettiti dal comportamento dei due uomini. I poliziotti, supportati da altre forze dell’ordine come carabinieri, guardia di finanza e unità cinofile, hanno fatto irruzione in una stanza al secondo piano, sorprendendo i due. Ammanettati e con il volto coperto, sono stati portati via.
Durante la perquisizione sono state sequestrate una mitraglietta, due pistole e tre caricatori. Non sono stati trovati esplosivi. Per i documenti degli arrestati, invece, la situazione è apparsa subito anomala. Non sono stati trovati gli originali, ma le fotocopie lasciate al b&b: solo una corrisponderebbe all’identità reale dell’arrestato e non si esclude che l’altro avesse fornito dati falsi. In questura il pm Siddi ha provato a interrogarli, ma si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. In prefettura è stato convocato d’urgenza il comitato per la sicurezza e sono stati informati il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della polizia. Sul posto sono arrivati i Nocs, i cecchini appostati sui tetti e le unità cinofile antibomba per rafforzare la vigilanza e garantire la sicurezza della folla ignara di ciò che stava accadendo in attesa della tradizionale sfilata della Macchina.
Tuttavia, il trasporto è avvenuto contravvenendo alla rigida tradizione che vuole le luci spente quando passa il campanile trasportato da decine di facchini. La Macchina infatti ha attraversato il centro storico della città con l’illuminazione pubblica accesa dovuta a motivi di sicurezza. Una misura inedita per il trasporto, annunciata poco prima della partenza dal capofacchino. La scelta ha suscitato sorpresa, qualche malumore e anche fischi indirizzati alle autorità, ma nessuna spiegazione è stata subito fornita per non scatenare il panico tra la folla.
Nonostante il malumore di molti e i fischi contro la decisione di mantenere l’illuminazione, la manifestazione – scrive il Corriere della Sera nella sua ricostruzione dei fatti – si è poi svolta regolarmente anche se alcune autorità sono state trasferite in luoghi più sicuri: il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani è stato messo in sicurezza in una caserma, la vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna, il deputato Mauro Rotelli e altri hanno osservato il trasporto a distanza, dalle finestre del Comune. Era prevista anche la presenza dell’ambasciatore israeliano, al quale è stato però sconsigliato di partecipare. Ora le indagini stanno vagliando anche la pista del traffico d’armi mentre sull’ipotesi di un presunto attentato terroristico non ci sarebbero riscontri.
E’ probabile che i due combattenti arrestati fossero in città per Baris Boyun, giovane criminale, nato a Malatya in Turchia, ed è stato arrestato in Italia il 23 maggio del 2024. La sua storia è la punta dell’iceberg che racconta la Turchia di oggi, immersa in un grande giro di affari illegali costruito con le mani delle organizzazioni criminali e il sostegno della politica istituzionale. Intervistato da Rai News il criminologo Vincenzo Musacchio fornisce una descrizione di Boyun: «Comincerei subito con il dire che non si tratta di un boss o perlomeno non di un capo clan di livello apicale né in Turchia e tantomeno all’estero. Se dovessi qualificarlo, direi che potrebbe essere un delegato delle famiglie mafiose turche che hanno ancora oggi un ruolo rilevante nel mercato dell’eroina a livello europeo e mondiale. I pezzi grossi della malavita turca si trovano al centro dell’élite governativa e di sicurezza del Paese. Il traffico di droga in Turchia non è mai stato così politico come negli ultimi dieci anni. Da lì parte la catena di comando che poi si estende nei vari Paesi all’estero».



