La vittoria di Jim Jarmusch alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia è stata il grande colpo di teatro che ha concluso questa edizione del festival. Mentre tutto si aspettavano la vittoria di “The voice of Hind Rajab” Jarmusch con “Father Mother Sister Brother”, Leone d’Oro per il miglior film, ha trasformato il palcoscenico lagunare in un terreno di confronto politico e morale. Sul palco Jarmusch si è presentato con una spilla pro Gaza con la scritta “Enough”, segno tangibile che il suo cinema “quieto”, come lo ha definito, non rinuncia a farsi portatore di un messaggio politico, seppure lontano dalle urla e dalle contrapposizioni frontali. La stessa spilla che aveva il cast del film dedicato alla bambina palestinese di cinque anni uccisa dall’esercito israeliano.
Jim Jarmusch il Leone d’Oro dell’empatia, il messaggio al governo israeliano
“Non voglio il sostegno del governo di Israele e non voglio che il mio film venga mostrato da loro”, ha dichiarato in conferenza stampa, aggiungendo che la popolazione israeliana “è meravigliosa” e che il suo rispetto va “alle persone che non sono a favore di Netanyahu”. Un distinguo netto, che separa i cittadini dal potere politico e che apre una riflessione più ampia sul rapporto tra arte, governi e conflitti internazionali.
Il regista ha sottolineato come “il totalitarismo comincia sempre con la divisione”, ed è su questo punto che la sua presa di posizione si carica di valenza politica: un’accusa non solo a un governo in particolare, ma a ogni sistema che sfrutta la polarizzazione come strumento di potere. “Se c’è denaro da parte del governo israeliano allora il mio film non verrà distribuito”, ha ribadito, pur ammettendo che “nel mondo c’è denaro sporco ovunque”. Una denuncia che non si limita al Medio Oriente, ma chiama in causa anche l’America, “che fa soldi vendendo armi”, ha ricordato lo stesso Jarmusch.
Dietro queste parole, il regista ha però voluto tracciare un’altra strada: quella dell’empatia come gesto politico. “Con i miei film cerco di creare empatia tra le persone in piccoli modi, è il primo passo per creare una connessione reciproca”, ha spiegato, difendendo un cinema capace di incidere sulla realtà non tanto con slogan ideologici, ma con la costruzione di legami umani. Una visione che sposta l’asse dal conflitto al dialogo, e che si inserisce con forza nel dibattito internazionale su arte e politica.
Nella sala stampa della Biennale, le sue parole hanno assunto il tono di un manifesto: l’arte non ha bisogno di essere apertamente militante per essere politica. “L’empatia è uno dei primi modi per affrontare questo mondo che stiamo vivendo”, ha affermato, ricordando che persino Akira Kurosawa, Leone d’Oro alla carriera, diceva di sentirsi sempre in cammino nell’apprendimento. Jarmusch ha raccolto quel testimone, rivendicando un cinema indipendente, libero dalle ingerenze e fedele alla propria natura “artificiale”, ma capace di incidere sulle coscienze.
In un tempo in cui i conflitti dividono e polarizzano, Jim Jarmusch ha ricordato che persino il cinema “più silenzioso”, indipendente e familiare può rappresentare un atto politico.



