Legge di bilancio: le “manovre” di Giorgetti

lunedì, 8 Settembre 2025
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Giancarlo Giorgetti non alza mai la voce e non si lascia attrarre dai colpi di teatro, eppure a Cernobbio tutta la platea lo ascoltava come neanche Draghi al meeting di Rimini. Perché ha fatto capire una cosa chiara: oggi l’Italia è un’isola di stabilità in un’Europa che traballa. Mentre a Parigi si moltiplicano gli allarmi sul debito e molti osservatori parlano di un “scenario italiano” per la Francia – governi fragili, conti in disordine – il ministro dell’Economia ha mostrato la calma ostinata di chi sa che la barra dei conti pubblici è saldamente tenuta.

«Serietà, responsabilità, prudenza», ha ripetuto più volte. Tre parole che difficilmente abbiamo sentite associate all’Italia. Ma non è retorica: Roma, che solo pochi anni fa veniva additata come pecora nera dei mercati, è oggi tra i Paesi che rispettano con più rigore le nuove regole di bilancio europee. Una rivincita silenziosa, che pesa più di cento proclami.

La prossima legge di bilancio non prevede “manovre correttive”. Non ci saranno tagli improvvisi, né strette emergenziali. I conti, assicura Giorgetti, «stanno andando come avevamo previsto». Una frase che, detta da un ministro dell’Economia italiano, un tempo avrebbe strappato più sorrisi che fiducia. Ora nessuno ha il coraggio di metterla in dubbio senza coprirsi di ridicolo.

Certo, non tutto è roseo. La crescita rallenta, dal +1,1% stimato in primavera a un più modesto +0,6%. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina pesa sul nostro export, e il ceto medio continua a subire la “stretta silenziosa” dell’inflazione, con stipendi e redditi che scivolano verso aliquote più alte. Ma l’impianto resta solido. E questa solidità è ciò che distingue Roma da Parigi: mentre Macron deve fronteggiare piazze, mercati e un deficit fuori controllo, l’Italia tiene i conti e governa con il consenso di una larga maggioranza.

Giorgetti non ha quasi commentato gli “spettacoli pirotecnici” dell’estate, quando tra calciomercato e “manovra-mercato” spuntano proposte più o meno fantasiose su tasse, pensioni o bonus. Lascia che emergano e le ignora finché non si sgonfiano da sole, ma non si lascia distrarre. Al Forum Ambrosetti ha preferito ribadire i suoi punti fermi, gli stessi dall’inizio della sua avventura nel governo Meloni: disciplina nei conti, attenzione a famiglie e imprese, cautela sulla spesa militare.

E qui sta un altro nodo cruciale. L’Italia dovrà alzare le spese per la Difesa fino a 60 miliardi l’anno nel prossimo decennio. Un impegno enorme, che Giorgetti definisce «uno sforzo titanico». Ma con una condizione: che le industrie italiane partecipino davvero, altrimenti i soldi dei contribuenti finiranno all’estero, senza ritorni in termini di produzione e occupazione.

La platea di Cernobbio, composta da banchieri e industriali tutt’altro che indulgenti, ha accolto il suo discorso con attenzione e rispetto: ma cenni di assenso, un silenzio carico di ascolto e qualche sguardo di complicità quando il ministro ha ricordato che l’Italia oggi rispetta le regole più della Francia o della Germania. Un consenso sobrio, ma significativo, in un ambiente dove di solito si misura ogni parola.

Il ministro non concede slogan facili. Ma proprio in questo sta la sua forza: mentre Salvini parla del Ponte sullo Stretto e di flat tax, Giorgetti resta piantato sul terreno della credibilità economica. È lui – insieme a Giorgia Meloni – il vero architetto della stabilità di governo. Una stabilità che, piaccia o no, in Italia non si vedeva da anni.

Forse è per questo che a Cernobbio, tra manager e banchieri abituati a pesare le parole più dei gesti, l’intervento del ministro ha avuto un peso particolare. In un continente che guarda all’Italia come ex malato cronico e oggi osserva con preoccupazione la Francia, la “forza tranquilla” di Giorgetti è diventata la migliore polizza assicurativa del governo Meloni.

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