Il rap non nasce nei salotti televisivi, non si alimenta di ospitate e copertine, non è un esercizio di marketing che strizza l’occhio al trend del giorno: il rap nasce nei ghetti, tra chi non aveva voce, tra chi usava il microfono come arma perché la società non lasciava altre armi che la parola. Nasce come coscienza di classe, come grido politico, come denuncia sociale che si opponeva a un mondo ingiusto. Ecco perché vedere oggi il rap ridotto a provocazioni sgrammaticate di un ragazzino viziato della società dello spettacolo fa male. È come trasformare un urlo di dolore in un jingle pubblicitario.
Fedez si scaglia contro Jannik Sinner parlando di accenti e tasse, ma non si accorge che tradisce sé stesso: lo fa da patriota a convenienza, lo stesso che dichiara che se potesse vivrebbe a Montecarlo anche lui.
Grande coerenza, grande spirito civico. In realtà paga qui perché non può farne a meno, e intanto si improvvisa maestro di civismo: il giorno prima finto uomo di sinistra, il giorno dopo finto patriota indignato, sempre pronto a indossare la maschera che gli garantisce più visibilità. Ma il patriottismo non si misura nei post su Instagram né nel gioco delle parti: si misura nella vita di chi ogni mattina si alza, va a lavorare, contribuisce davvero al Paese senza proclami né strofe acide.
Ecco allora la differenza che brucia: Sinner non ha mai fatto endorsment politici, non ha bisogno di cavalcare bandiere ideologiche o fare proclami da palco. Con la sua racchetta, con il suo silenzio, con il suo talento, ha riportato l’Italia al centro del tennis mondiale. È diventato un simbolo senza gridarlo, un modello senza chiederlo, un campione che si lascia leggere nella sua semplicità. E questo, per molti giovani, vale più di mille sermoni televisivi.
Pasolini avrebbe avuto i brividi davanti a certi teatrini: lui che fu ostracizzato davvero, lui che seppe pagare con la marginalità e con la condanna la sua libertà di pensiero, lui che non si è mai piegato al pensiero unico. Oggi invece chi si presenta come “ribelle” è spesso il prodotto perfetto di quel pensiero unico, confezionato per il mercato e per l’applauso facile. Siamo davanti a un fenomeno mediatico, non a Raffaello. Siamo davanti a un artista che non arriva al cuore della gente comune, ma che vive del rumore di sé stesso.
Nelle scuole, ai ragazzi, non servono i testi di un Fedez qualsiasi: servono esempi di dedizione, disciplina, fatica e merito. Serve raccontare Sinner, farne un modello positivo di costanza e coraggio. Dei testi di Fedez possiamo fare a meno, perché non insegnano nulla, se non che lo spettacolo sa travestire il vuoto da contenuto. E il vuoto, per quanto rumoroso, resta sempre vuoto.



