Ilaria Salis può tirare un sospiro di sollievo: la Commissione Affari Giuridici del Parlamento di Strasburgo ha respinto la richiesta della giustizia ungherese di revoca dell’immunità per l’europarlamentare italiana, che è inseguita dai giudici per aver partecipato al pestaggio di un militante di estrema destra durante una manifestazione a Budapest.
Salis si è salvata grazie al voto determinante dei componenti del Ppe in Commissione. Sulla carta aveva solo 12 voti a suo favore (sinistre, socialisti e liberali) su 25. I voti dei popolari non si sono aggiunti a quelli dei sovranisti e dei conservatori che erano invece a favore della revoca dell’immunità. Non è però detta l’ultima perché la decisione definitiva spetta all’Assemblea plenaria, che si riunirà ai primi di ottobre. Il voto della Commissione è indicativo ma non vincolante. Il Parlamento europeo potrà alla fine sempre orientarsi diversamente. Si voterà per alzata di mano e la linea della Commissione dovrebbe essere confermata. Ma il risultato potrà anche essere incerto e in tal caso si andrà al voto elettronico (segreto). Se si verificasse tale circostanza, l’europarlamentare “antifascista” rischierebbe seriamente di tornare nelle carceri di Viktor Orban. Il sospiro di sollievo di Ilaria Salis non può dirsi quindi definitivo.
Al di là di come andrà a finire, fa indubbiamente riflettere il voto dei popolari in favore della parlamentare della sinistra. A cosa dobbiamo tanto buonismo? La politica europea fa forse muro per difendere una sua rappresentante ancorché si tratta di figura assai discussa (e discutibile)? Oppure i rappresentanti del Ppe vogliono evitare le furiose polemiche che si scatenerebbero se Salis dovesse finire nuovamente nelle fauci del sistema giudiziario ungherese? Diciamo entrambe le cose, a cui dobbiamo aggiungere l’ipotesi che i popolari siano andati incontro a socialisti e liberali per agevolare, nel prossimo futuro, il passaggio a Strasburgo di qualche decisione che a loro interessa.
Sul piano giuridico, va rilevato che la Commissione ha fatto propria l’idea del “fumus persecutionis”, una tesi contestata dagli ungheresi in quanto la Salis non era europarlamentare al tempo dei fatti che le sono contestati dai giudici di Budapest.
Sul piano etico-politico lascia comunque perplessi l’dea che l’elezione al Parlamento europeo rappresenti una sorta di salvacondotto (politicamente utile in taluni casi) per sfuggire alla giustizia. Il reato di cui deve rispondere Salis (aggressione e violenza) non è davvero roba da poco. E non è un bel segnale, da parte delle istituzioni europee, che i violenti possano farla franca, soprattutto in tempi come questi, quando le manifestazioni di piazza tendono a sfociare in disordini piuttosto gravi (come abbiamo visto ieri a Milano).
Per quello che in particolare riguarda il caso dell’europarlamentare di Monza, vale la pena ricordare che la Salis, al momento dell’arresto, aveva in borsa un manganello retrattile. Ciò non prova in modo inequivocabile che Ilaria abbia partecipato al pestaggio selvaggio del militante di estrema destra aggredito dagli “antifascisti” armati di spranga, ma nessuno si deve nemmeno stupire se tale circostanza è considerata dai giudici un indizio piuttosto pesante. Né si può dare torto alle autorità magiare se giudicano grave il fatto che qualcuno arrivi dall’estero a picchiare cittadini ungheresi che manifestano il loro credo politico. Pensiamo solo che putiferio si sarebbe scatenato se un fatto simile fosse accaduto in Italia.
Di certo non hanno giovato, al governo ungherese, le immagini di Salis condotta davanti ai giudici in catene, foto e video che sono circolati in tutta Europa subito dopo l’arresto della estremista monzese. Con quelle immagini, Orban ha probabilmente gratificato gli umori più beceri dell’opinione pubblica del suo Paese, ma ha anche dimostrato di non saper stare in Europa. Almeno in questo caso.



