La tirata d’orecchie di Romano Prodi a Elly Schlein non è passata senza conseguenze. Le dure parole del Professore («la sinistra ha voltato le spalle al Paese») hanno dato la stura a una sorta di processo alla segreteria del Pd, accusata di non essere capace di dar vita a un progetto di governo competitivo con quello della destra.
Nei giorni scorsi, il “Corriere della Sera” ha riferito che dentro il Pd è nato un “correntone” animato da Dario Franceschini, che pure è stato uno dei primi grandi sponsor di Elly Schlein. L’obiettivo è quello di mettere la leader sotto controllo. A quanto se ne sa, tale iniziativa ha suscitato forte irritazione tra i pasdaran di Elly. Ma, nervosismi a parte, le motivazioni del malessere dentro largo del Nazareno sono reali: con Schlein, il partito ha certo recuperato consensi elettorali, però il prezzo è stato lo spostamento del Pd su posizioni radicali, troppo schiacciate sull’intransigenza di M5S e AVS.
Nell’establishment del partito (strettamente legato allo stesso establishment del Paese) non sono pochi a ricordare che il Pd nacque a suo tempo dalla “fusione fredda” tra i Ds e la Margherita, cioè tra ex-comunisti ed ex-democristiani, tutta gente che conosceva la virtù del pragmatismo politico e che era ben consapevole di quanto potessero essere controproducenti le derive radicali per un partito intenzionato a conquistare il governo del Paese. Proprio oggi, sempre sul “Corriere”, un illustre rappresentante di quella generazione, Massimo D’Alema, consiglia a Schlein il dialogo «con un elettorato non di sinistra, con un pezzo di establishment, di classe dirigente del Paese».
Perché Schlein pare al momento sorda a simili richiami? Perché insiste nella sua politica di contrapposizione frontale al governo? Tipico, ad esempio, l’atteggiamento barricadiero assunto contro la riforma della giustizia. Elly sta spingendo la sua gente a prepararsi alla sfida del referendum confermativo come fosse una sorta di ordalia, con il rischio di prendere l’ennesima tranvata e di alienarsi le simpatie di quell’opinione garantista che pure fa in qualche modo parte della stessa tradizione della sinistra. Le conviene essere inchiodata alle solite, sterili barricate solo per dar retta a pifferai magici come Giuseppe Conte e Marco Travaglio?
A questo punto viene il sospetto che le sbandate di Elly siano anche il frutto di più strutturali carenze che riguardano la stessa natura della sinistra italiana, almeno nell’attuale fase storica.
Lascia pensare il fatto che proprio ai limiti di Pd e alleati siano dedicati diversi articoli che compaiono oggi su importanti quotidiani come “La Stampa” di Torino e il già ricordato “Corriere della Sera”, a ulteriore riprova di quanto sia ampio il processo a Schlein avviato dalla reprimenda di Prodi. Quello che colpisce, in particolare, è che tutte queste analisi sono improntate al pessimismo. Per lo storico Gianni Oliva (“La Stampa”) il Pd è «rimasto una scelta tattica come tattico è ora il campo largo». Insomma, niente strategia. E neanche «sintesi tra anime diverse», cosicché nel partito tendono a scattare i «veti interni», gli stessi da cui punta liberarsi la attuale leader, ma senza grandi e ambiziose elaborazioni politiche. Ancora più severa l’analisi del politologo Marco Revelli (sempre sul quotidiano torinese), secondo il quale il Pd è «irriformabile», se non addirittura «avviato verso un lenta estinzione». Ernesto Galli della Loggia osserva invece (a sua volta sul “Corriere”) che l’azione nel tempo dei vari leader del Pd è risultata cronicamente frenata dalla presenza «in notevole misura» di un «elettorato radicalizzato», un elettorato caratterizzato da una forte pulsione ideologica. Interessante il paragone storico che l’editorialista pone alla fine del suo articolo: «Nel Pci di una volta un Amendola avrebbe di certo levato contro quel radicalismo la sua voce ammonitrice: ma nel Pd attuale sembra davvero assai difficile aspettarsi da chiunque qualcosa del genere». Ogni classe dirigente politica non è che il prodotto del suo tempo. E non c’è dubbio che il nostro tempo favorisca le visioni poco lucide e di pancia, almeno a sinistra.
Viceversa, i cultori di storia potrebbero scorgere nelle attuali vicissitudini del Pd il lascito della lacerante (e mai realmente superata) contrapposizione a sinistra tra riformisti e massimalisti, un conflitto ideologico ormai secolare.
L’unica cosa che possiamo dire è che la sinistra del passato aveva dietro di sé grandi intellettuali. Viene in mente la figura di Pier Paolo Pasolini a 50 anni dalla morte. Il poeta degli “Scritti corsari” non era ben visto dai dirigenti della sinistra, soprattutto del Pci. Ma tutti lo ascoltavano.
Per quanto riguarda l’oggi, non è che manchino gli intellettuali, il problema è che sono in pochi ad accorgersi di quello che dicono. Tutti sono concentrati sulle trovate di influencer e blogger, che fanno, sì, opinione, ma anche tanta confusione.



