Trecento giorni senza Alberto Trentini: l’Italia dimentica il suo cooperante prigioniero in Venezuela

giovedì, 6 Novembre 2025
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Trecento giorni. Tanti ne sono passati dal 15 novembre scorso, quando Alberto Trentini, cooperante veneziano di 46 anni, è stato arrestato a Caracas senza che nessuna accusa formale venisse mai presentata contro di lui. Da allora, il tempo si è fermato in una cella venezuelana e nelle giornate di sua madre, che continua a ripetere un’unica richiesta: “Portatelo a casa, parlatene come avete fatto con altri italiani”.

Trentini si trovava in Venezuela per un progetto di cooperazione internazionale con un’organizzazione locale, impegnata nell’assistenza sanitaria e nella formazione professionale. Un lavoro difficile ma trasparente, che aveva sempre svolto con regolarità. Poi, all’improvviso, il silenzio: una retata, il fermo, e la notizia frammentaria di un arresto “per motivi di sicurezza nazionale”. Da allora, nessun capo d’imputazione, nessun processo, nessun diritto di difesa garantito.

Le condizioni del sistema carcerario venezuelano sono note per la loro durezza: sovraffollamento, scarse cure mediche, cibo insufficiente. Alberto, raccontano le poche testimonianze filtrate, sarebbe detenuto in un centro di sicurezza a Caracas, in isolamento per lunghi periodi. “Non chiedo favori – dice la madre – chiedo solo giustizia, chiedo umanità. Mio figlio non è un criminale”.

L’Italia ufficiale, finora, si è mossa con prudenza diplomatica. L’ambasciata segue il caso, ma le pressioni su Caracas non sembrano aver prodotto risultati concreti. In Parlamento, qualche interrogazione; sui media, pochissime righe. Un silenzio che pesa come una seconda condanna.

Eppure Alberto Trentini rappresenta una parte dell’Italia che spesso si ricorda solo nelle celebrazioni ufficiali: quella dei cooperanti, dei volontari che partono senza clamore per portare istruzione, assistenza, sviluppo. È il volto di un impegno civile che ora rischia di essere dimenticato in una prigione straniera.

Trecento giorni sono troppi per chi non ha colpe. E in un mondo che parla di diritti umani solo quando conviene, la vicenda di Alberto Trentini dovrebbe essere un dovere morale per la diplomazia italiana e per la società civile: riportarlo a casa, prima che il tempo diventi un’ingiustizia irreparabile.

L’appello della madre è semplice e disarmante: “Non lasciatelo solo. Parlatene. Fatelo tornare”.

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