Sospetti politici dopo le parole di Giorgetti?

lunedì, 10 Novembre 2025
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Giancarlo Giorgetti è un politico accorto e un ministro che non spreca mai parole. Per cui deve avere avuto più di un serio motivo se ieri si è abbandonato a un tipo di sfogo che per lui non è affatto abituale. S’è infatti lamentato di essere stato «massacrato» per aver cercato di aiutare, non i ricchi, ma chi guadagna «cifre ragionevoli».

Quale può essere questo motivo? Cerchiamo di capirlo partendo dai soggetti da cui gli sono state mosse le critiche. Parliamo innanzi tutto della Banca d’Italia e dell’Istat, secondo i quali la manovra del governo «premia chi ha di più». È un tipo di critica a dir poco singolare, trattandosi di organismi indipendenti dalla politica.

La stranezza non sta nella critica in sé, soprattutto se proviene da Palazzo Koch. Il fatto è che Bankitalia attacca la manovra usando un criterio eminentemente politico, quello appunto di una presunta benevolenza del governo nei confronti dei ceti privilegiati. Istituzionalmente, la Banca d’Italia dovrebbe avere altre preoccupazioni. Dovrebbe cioè raccomandare al governo di tenere a posto i conti, di non fare aumentare lo spread, di non adottare politiche inflazionistiche. Stavolta invece lo accusa addirittura di promuovere una politica di “classe” a favore dei ricchi. Va bene che ormai in Italia siamo abituati, da quando governa il centrodestra, agli attacchi dei poteri esterni alla politica. Ma si vede chiaramente che dietro una simile critica c’è una forzatura polemica, non foss’altro perché i tecnici di Palazzo Koch  dovrebbero ben sapere che la riduzione dell’Irpef si inserisce in un programma pluriennale del governo e che l’odierna decisione dell’esecutivo di abbassare leggermente la pressione fiscale sul ceto medio arriva dopo che il governo stesso, con le precedenti leggi di bilancio, ha già adottato  (e oggi confermato) sgravi fiscali e contributivi a vantaggio dei redditi più bassi.

Si direbbe insomma che Bankitalia e Istat abbiano voluto fare un assist all’opposizione, cosa che peraltro è puntualmente avvenuta, visto che Elly Schlein ha preso la palla al balzo per accusare il governo Meloni di «aiutare solo i ricchi».

Una volta dunque chiarito che si tratta di un attacco inusitato, resta da chiedersi perché mai sia stato sferrato. Il sospetto è che dietro tale critica ci sia l’irritazione del sistema bancario per la tassa sugli extraprofitti, una misura che i vertici finanziari considerano una sorta di oltraggio. È opportuno in proposito ricordare che Bankitalia non appartiene allo Stato ma che si tratta di un ente di diritto pubblico il cui capitale è detenuto da svariati soggetti operanti nel mondo della finanza, tra cui appunto banche e assicurazioni. Non facciamo quindi del complottismo se interpretiamo le critiche di Palazzo Koch come espressione delle posizioni assunte dai suoi “azionisti”.

Vale la pena aggiungere che non si tratta solo di una questione di potere fine a sé stessa ma di un vero e proprio scontro tra banche e governo sulla funzione che dovrebbe assumere il sistema finanziario nel promuovere lo sviluppo economico del Paese. Secondo il governo, le banche non assolvono in pieno a tale funzione. Ed è proprio lì che dobbiamo cercare i veri motivi della tassa sugli extraprofitti, altro che “populismo finanziario”, come è stato più volte detto e scritto. È lo stesso ministro dell’Economia a farlo capire quando osserva che le banche devono «tornare a concentrarsi sull’attività creditizia tradizionale, per un sistema industriale come il nostro, il credito bancario continua a essere fondamentale»

Dietro questo scontro politico c’è in realtà la contrapposizione tra due opposte idee della ricchezza collettiva. C’è chi ritiene che questa ricchezza venga dai profitti finanziari che crescono su sé stessi (ed è la posizione delle banche, non solo in Italia, ma nel resto del mondo) e chi invece pensa che la vera ricchezza venga dalla crescita dell’economia reale delle imprese e del lavoro (ed è, o dovrebbe essere, la posizione della politica). Diciamo “dovrebbe” perché non tutti la pensano così. Passi per i governanti del Nord Europa, che vogliono difendere le posizioni di privilegio finanziario dei rispettivi Paesi. Ma che una simile posizione sia oggi di fatto difesa in Italia dalla leader del maggiore d’opposizione è  cosa a dir poco singolare. Delle due l’una: o Elly Schlein fa solo demagogia, oppure non sa niente di economia e finanza.

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