Modelli falsati e ansia, l’allarme della Dottoressa Ciani sull’impatto del porno

venerdì, 14 Novembre 2025
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Dalla mezzanotte del 12 novembre sono scattate le misure previste dal cosiddetto Decreto Caivano, che introducono nuovi obblighi per i siti pornografici. Le piattaforme coinvolte sono attualmente 45, inizialmente erano 48, poi il numero è stato aggiornato, e tutte sono state chiamate a dotarsi di un sistema in grado di verificare l’età reale degli utenti.

La semplice autodichiarazione della maggiore età, finora sufficiente tramite un clic sul banner iniziale, non è più considerata adeguata. Allo stesso tempo, però, non verrà richiesto agli utenti di utilizzare Spid o carta d’identità elettronica: il legislatore ha optato per un’altra soluzione.

Il controllo dell’età dovrà infatti essere affidato a un soggetto terzo, esterno alla piattaforma pornografica, incaricato di certificare che l’utente sia maggiorenne senza rivelarne l’identità.

In teoria, dunque, l’obbligo è operativo. In pratica, quasi nulla è cambiato. Al momento della stesura di questo articolo, soltanto un sito ha scelto di rendersi irraggiungibile dall’Italia, tre piattaforme hanno adottato un sistema di verifica dell’età e le restanti 41 continuano a funzionare esattamente come prima, senza alcuna modifica sostanziale.

A seguito dei nuovi obblighi introdotti per i siti pornografici dal 12 novembre, Lo Speciale si è rivolta alla Psicoterapeuta e Sessuologa Rita Ciani.

La Dottoressa Ciani, laureata in Psicologia nel 2015 presso l’Università degli Studi dell’Aquila e iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Umbria, è specializzata nel trattamento breve e strategico dei disturbi sessuali.

Dal 12 novembre i siti pornografici saranno obbligati a verificare l’età degli utenti attraverso sistemi esterni certificati.Secondo lei, è giusto impedire la visione di questo tipo di contenuti ai minori di 18 anni?

«Sì, perché la pornografia offre una rappresentazione distorta della realtà, soprattutto se consideriamo che, alla base, manca un’adeguata educazione sessuale. Non esiste un dialogo strutturato sulla sessualità, e la recente proposta di legge,  che avrebbe potuto colmare almeno in parte questo vuoto, non è stata approvata.

Per questo motivo ritengo corretto limitare l’accesso ai minori: la pornografia è paragonabile a un film, con attori che recitano una performance estremizzata e lontana dalla quotidianità. I ragazzi, però, rischiano di crescere assumendo quelle immagini come modelli reali, interiorizzando credenze completamente errate sulla sessualità».

Dati recenti indicano che tra i ragazzi minorenni il 10% consuma contenuti pornografici estremi, come quelli che rappresentano stupri o violenze sessuali, e che tra i 18 e i 25 anni la percentuale sale al 12,6%.

Numerose evidenze empiriche mostrano come l’esposizione precoce alla pornografia estrema possa incidere nella costruzione di modelli distorti di sessualità, alimentando un immaginario violento e predatorio. Alla luce della sua esperienza professionale, ha riscontrato situazioni o casi che confermano questo tipo di dinamiche?

«La questione è molto complessa e, nella mia pratica clinica, vedo quotidianamente i risultati di una “educazione sessuale fai da te” basata quasi esclusivamente sulla pornografia.

Questo alimenta, per esempio, ansia da prestazione: spesso i pazienti arrivano in studio convinti di dover replicare le performance che vedono nei video pornografici, come se quella fosse la norma. Se non riescono a raggiungere quegli standard irrealistici, vivono la propria sessualità come fallimentare.

Manca completamente un’educazione alle basi della sessualità intesa come piacere condiviso, gioco, esplorazione. La pornografia tende ad annullare la dimensione ludica e relazionale, sostituendola con una logica performativa. A ciò si aggiunge la visione distorta degli eccessi rappresentati nei video: se l’unica esposizione alla sessualità è quella, i ragazzi finiscono per credere che quella sia la sola modalità possibile».

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