Si è tenuto ieri sera, a Palazzo Chigi, un vertice di maggioranza sulla Manovra, durato due ore, al quale hanno partecipato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il viceministro Maurizio Leo e i capigruppo di di Camera e Senato. Lo si legge in una nota diffusa al termine dell’incontro, convocato per fare il punto sugli aggiustamenti da apportare alla manovra. Nel comunicato si parla di un confronto “proficuo e costruttivo”, con un lavoro ancora aperto su temi come affitti brevi, iperammortamento, regime fiscale dei dividendi, ampliamento dell’esenzione Isee sulla prima casa e misure per favorire l’emersione dell’oro da investimento. La nota conferma anche una nuova riunione “conclusiva” prevista per la prossima settimana, alla luce delle proposte messe sul tavolo e delle valutazioni tecniche ancora in corso.
Lucio Malan, capogruppo FdI al Senato, lasciando la riunione ha provato a smorzare alcune tensioni emerse nei giorni scorsi: “Canone Rai? Non ne abbiamo parlato, e neanche di condono”, dichiara al termine del vertice, precisando che il dossier sul tavolo della riunione è restato limitato ai temi già noti e ancora oggetto di istruttoria.
Manovra, i nodi della maggioranza stanno venendo al pettine
Il primo nodo politico emerso dal vertice riguarda la tassazione degli affitti brevi. La mediazione raggiunta prevede una riduzione del numero massimo di immobili per mantenere la cedolare secca al 21%: non più cinque, ma tre. A confermarlo è Matteo Salvini, che da Radio24 chiarisce come la maggioranza sia “totalmente convergente” sull’esigenza di non penalizzare i piccoli proprietari che mettono a reddito un solo appartamento per integrare pensione o stipendio. Per chi possiede decine di immobili, invece, scatterà un incremento della tassazione, definito dal vicepremier “uno sforzo ragionevole”.
Un altro fronte aperto è quello del contributo straordinario sugli istituti bancari. Salvini conferma come l’ipotesi di un aumento del prelievo a carico delle “grandi banche, non delle piccole”, sia stata discussa e condivisa. Il leader leghista rivendica l’impostazione, ricordando che il sistema bancario potrebbe chiudere il 2025 “con più di 50 miliardi di utili” e che destinare una quota addizionale a famiglie, imprese e nuove assunzioni nelle forze dell’ordine sarebbe “fondamentale”.
Sul fronte edilizio, i primi effetti della manovra 2026 si intrecciano con i correttivi in arrivo. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, la proposta del capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo punta a rafforzare il piano casa voluto da Salvini e sostenuto dalla premier. Lo stanziamento complessivo passa da 660 a 876 milioni, con 122 milioni già dal prossimo anno, mentre le rimodulazioni dei fondi europei Fesr 2021-2027 potranno offrire nuove risorse. L’obiettivo è creare un meccanismo di collaborazione pubblico-privato attraverso fondi immobiliari gestiti da Fia e partecipati da Cassa Depositi e Prestiti.
Dall’opposizione arriva una bocciatura senza appello. Giuseppe Conte da Napoli dove si trova per la chiusura della campagna di Fico denuncia come la manovra rappresenti “un colpo ai ministeri” e comporti “il rischio di cancellare tantissimi progetti”. Per il leader del M5S, il Sud sarebbe il grande assente: dalla decontribuzione all’operatività della Zes unica, fino alla transizione industriale, “non c’è nulla per la competitività”. Conte ricorda anche la promessa mancata dei “25 miliardi annunciati lo scorso aprile” e giudica confusa la posizione del governo sui dazi, nel frattempo già entrati in vigore.
Il nodo politico più caldo: l’Ex Ilva
La vertenza Ex Ilva non è direttamente collegata alla Manovra, ma resta però il dossier più delicato. Il Consiglio dei ministri ha evitato la conferenza stampa finale, segnale della forte tensione interna, mentre il tavolo di confronto prosegue tra incertezze industriali e pressioni sociali. La tensione resta dunque alta, e la risposta del governo alle proteste dei lavoratori è duplice. In primis, si esprime in un decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri che prevede la possibilità per Acciaierie d’Italia di utilizzare i 108 milioni residui del finanziamento ponte, così da garantire la continuità produttiva degli impianti fino a febbraio 2026 (quando dovrebbe concludersi la procedura di gara per la cessione degli asset). Decreto che prevede inoltre lo stanziamento di altri 20 milioni per il biennio 2025-2026, per permettere allo Stato di farsi carico dell’integrazione fino al 75% della cassa integrazione, finora sostenuta direttamente da ADI. I sindacati però sono sul piede di guerra così come le opposizioni.
La segretaria del Pd Elly Schlein accusa il governo di aver perso il controllo della crisi e chiede le dimissioni del ministro Urso: “Dovrebbe farsi da parte e Meloni dovrebbe metterci la faccia. Manca un piano industriale, manca un acquirente, servono serietà e non una proposta di chiusura mascherata”.
Anche Nicola Fratoianni parla di situazione “sempre più grave”, denunciando l’assenza di un progetto industriale credibile e il rischio di un “disastro sociale” per migliaia di lavoratori e per i territori già fragili.
Un equilibrio ancora lontano
Il quadro che emerge è quello di una maggioranza che cerca un difficile equilibrio tra esigenze di bilancio, pressioni sociali e richieste dei propri mondi di riferimento, mentre l’opposizione incalza sul rischio di tagli e sulla mancanza di visione. I dossier più sensibili restano aperti, e il nuovo vertice annunciato per la prossima settimana contribuirà a definire l’assetto finale della manovra. Ma le tensioni interne e la complessità dei nodi economici suggeriscono che la strada per un accordo definitivo è ancora tutt’altro che in discesa.



