Calci e pugni dai coloni ai volontari italiani in Cisgiordania. Intanto il Papa lavora per una pace duratura

lunedì, 1 Dicembre 2025
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Cisgiordania

«Prima i pugni e i calci, in faccia e lungo tutto il corpo, nelle costole, nell’addome, ai genitali, sulle le gambe. Poi la minaccia: “Don’t come back here. (Non tornate qui). Io ho un forte dolore alle costole. La mia amica del Canada che è qui con me sta molto peggio: ha dei lividi neri per tutta la lunghezza di una gamba e dell’addome».  È questo il racconto di una volontaria aggredita insieme ad altri tre colleghi, due italiani e una canadese, da una decina di coloni israeliani incappucciati a Ein ad-Duyuk al-Foqa, vicino a Gerico, in Cisgiordania. È accaduto nella zona A dove per legge, anche per gli accordi di Oslo, è sotto il controllo palestinese e quindi non dovrebbe esserci alcun tipo di presenza israeliana. Invece è piena di coloni israeliani che scorrazzano indisturbati seminando violenza e terrore nella più assoluta indifferenza del governo di Tel Aviv.

Un agguato dalle pesanti modalità intimidatorie che sarebbero state accentuate proprio per colpire gli italiani “rei” di supportare la causa palestinese.  Alle 5 del mattino gli assalitori sono entrati armati di bastoni e fucili nella casa dove il gruppo dormiva, un rifugio della comunità palestinese che si trova nella “Zona A”, dove l’attività dei volontari internazionali dovrebbe servire come deterrente contro le violenze dei coloni. Il proposito sarebbe questo, ma i coloni lo ignorano bellamente, considerando la gravità delle loro ripetute azioni.

L’aggressione non si è limitata alla violenza fisica e alle minacce: gli attivisti sono stati derubati di soldi, telefoni e passaporti. Solo una delle ragazze è riuscita a salvare il proprio documento, nascosto in una tasca. I quattro sono stati subito soccorsi dalla comunità palestinese, in particolar modo dai bambini del villaggio «perché – spiega una delle ragazze – qui anche loro sono costretti a diventare adulti molto prima». Poi sono stati condotti all’ospedale di Gerico. I coloni si sono scagliati soprattutto sull’unico ragazzo del gruppo, che dovrà restare a riposo per almeno tre giorni in quanto ha riportato diversi ematomi, tra cui uno al naso, alle costole e nella parte genitale.

Dopo essere stati dimessi sono stati accompagnati a Ramallah e hanno sporto denuncia alla polizia palestinese, in quanto la Cisgiordania è sotto il controllo (purtroppo ipotetico) dell’Autorità nazionale palestinese. I volontari erano in Cisgiordania per sostenere Faz3a (che si pronuncia Faz’a ed è un termine colloquiale palestinese che vuol dire «aiuto nel momento del bisogno»), campagna fondata e diretta dal comitato di coordinamento della lotta popolare palestinese fin dal 2006, a cui in seguito ha aderito anche il Coordinamento dei comitati popolari. L’iniziativa ha come capofila italiano Assopace Palestina, ma è stata sottoscritta anche da realtà come “Un Ponte Per”, “Operazione Colomba” e “Mediterranea”.

Faz3a era cominciata per aiutare i palestinesi durante la raccolta delle olive, quando le violenze dei coloni si abbattono più forti contro una delle pochissime forme di sostentamento della popolazione palestinese. Ora, secondo gli attivisti, serve «per rispondere alla necessità di organizzare sul terreno una forma di protezione civile internazionale dalla violenza israeliana in queste circostanze». Una violenza che continua, ma che non spaventa i volontari: «Torneremo».

Che i coloni siano liberi di agire nella pressoché totale impunità non rappresenta una novità in Cisgiordania. Oltre 500mila israeliani vivono attualmente negli insediamenti, illegali, secondo il diritto internazionale. Le loro violenze sono aumentate dopo il 7 ottobre che ha innescato la guerra a Gaza: secondo le Nazioni Unite, il mese scorso è stato il peggiore per la violenza dei coloni da quando hanno iniziato a registrare gli incidenti nel 2006, con 264 attacchi che hanno causato vittime o danni a proprietà. E dall’inizio del conflitto, più di 1.000 palestinesi, molti dei quali militanti ma anche decine di civili, sono stati uccisi da soldati o coloni israeliani in Cisgiordania. Una spirale di morte che solo pochi giorni fa aveva spinto Italia, Francia, Germania e Regno Unito a diramare un comunicato congiunto per condannare fermamente il massiccio aumento della violenza dei coloni contro i civili palestinesi che rischia di compromettere il successo del piano in 20 punti per Gaza e invocare stabilità in Cisgiordania.

Il documento ricordava poi come l’aumento degli attacchi quest’anno sia andato di pari passo con l’espansione delle colonie israeliane in West Bank, a partire dall’approvazione ufficiale ad agosto dell’insediamento E1, che rischia di spezzare in due il territorio della Cisgiordania. «Nelle ultime tre settimane sono stati approvati oltre 3.000 nuovi progetti abitativi, per un totale di 28.000 unità approvate dall’inizio dell’anno, un picco assoluto», hanno denunciato i quattro Paesi europei. Numeri che testimoniano una politica tacitamente promossa dal governo di Netanyahu, che nei mesi scorsi ha evocato più volte anche la possibilità di annettere almeno parte del territorio. «Ma la Cisgiordania non deve essere annessa», ha detto Tajani nel ribadire la posizione dell’Italia e di gran parte dei partner occidentali e arabi.

Intanto Leone XIV, impegnato in un viaggio in Turchia e in Libano, assicura che la diplomazia vaticana è al lavoro per la pace in Medioriente: «La Santa Sede già da diversi anni pubblicamente appoggia la soluzione di due Stati, Israele e Palestina, ma sappiamo tutti che in questo momento Israele ancora non accetta questa soluzione, ma la vediamo come unica soluzione al conflitto che continuamente vivono – spiega Leone XIV – noi siamo anche amici di Israele e cerchiamo con le due parti di essere una voce mediatrice che possa aiutare ad avvicinarci a una soluzione giusta per tutti. Il Presidente Erdogan è certamente d’accordo».

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